Mercoledì 25 marzo 2020

Rassegna quotidiani locali a cura dell’Ufficio stampa e redazione web
25 marzo 2020

L'Unione Sarda




 

1 - L’UNIONE SARDA di mercoledì 25 marzo 2020 / Prima pagina
L’ANALISI

Troppe norme e poco chiare
di Leonardo Filippi

In questo drammatico momento di emergenza sanitaria, alla paura del contagio da virus si aggiunge l'incertezza sul comportamento che viene richiesto a noi cittadini.

A parte la problematicità di misure limitative della libertà personale imposte ai cittadini non per legge, come prescrive la Costituzione, ma con un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, soprattutto manca la certezza del diritto. (...) segue a pagina 38

COMMENTI - Pagina 38   segue dalla prima

Troppe norme e poco chiare

LEONARDO FILIPPI, UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

 (...) Vale a dire proprio il fondamento della giustizia. Infatti regna troppa confusione sul contenuto delle prescrizioni contenute nei quattro decreti del Presidente del consiglio, che contengono una decina di rinvii ad altre leggi, decreti, ordinanze e fanno riferimento a generiche categorie di attività sospese oppure consentite, e generano mille dubbi che nemmeno un esperto di diritto saprebbe risolvere, figurarsi il cittadino.

Ai decreti del Presidente del consiglio si aggiungono poi quelli emessi dai ministri competenti, come pure dai presidenti delle Regioni, talvolta persino dai sindaci con l'intervento pure dei prefetti. Le conseguenze di queste generiche prescrizioni sono le file ai supermercati, l'esodo verso le seconde case o verso il Sud, le incertezze per molti se recarsi al lavoro o lavorare in casa, e via dicendo.

Se lo Stato, le Regioni e i sindaci non parlano chiaro, il diritto è incerto, diventa incerta la vita dei cittadini, che iniziano a credere alle fake news ed è sempre più difficile rispettare le regole.

E allora il cittadino quali prescrizioni deve osservare ? Quelle nazionali oppure quelle regionali o quelle del sindaco? Ma ognuna di esse va interpretata e le interpretazioni possibili sono tante e ogni agente di polizia o carabiniere che ci ferma in strada può avere la sua, magari diversa dalla nostra.

E se il cittadino sbaglia, poiché la mancata osservanza delle prescrizioni è prevista come un reato, potrà essere penalmente punito per l'errore commesso? Non è detto. Uno dei fondamenti del diritto penale è il principio di legalità, che prescrive che i comportamenti vietati devono avere fondamento in una legge, devono essere preventivamente indicati ai cittadini in modo chiaro e tassativo e non possono avere efficacia retroattiva. Queste regole elementari sono dettate in modo che tutti possano comprendere chiaramente ciò che è consentito e ciò che è vietato e prevedere le conseguenze della loro eventuale violazione. E quando vi è un'oggettiva incertezza sul significato della norma, il cittadino che versi in una situazione di “inevitabile ignoranza”, non può essere punito proprio perché non poteva comprendere quale comportamento era prescritto, né rappresentarsi le conseguenze della sua eventuale inosservanza. Per cui non può essergli imposta una pena, perché questa tende alla rieducazione, ma chi ha sbagliato in buona fede non ha necessità di essere rieducato. Pertanto, molte delle migliaia di processi penali per inosservanza delle prescrizioni sono destinati a concludersi con assoluzioni.

In conclusione, anche in questa terribile emergenza abbiamo necessità di poche regole giuridiche ma semplici e chiare: “in claris non fit interpretatio”, dicevano giustamente i Romani. Anche perché mai come ora i cittadini hanno bisogno di certezza e fiducia, mentre l'incertezza di questi giorni genera solo paura e confusione, col rischio di aumentare i contagi e di protrarre la durata del virus.




 

 

2 - L’UNIONE SARDA di mercoledì 25 marzo 2020 / PRIMO PIANO - Pagina 9

LE BUONE NOTIZIE. L’idea di Chicago
Fra i post-it della speranza e la rete dei laboratori

In attesa di novità interessanti sul piano scientifico, magari con i primi risultati attendibili sui test farmacologici, oggi le buone notizie che spezzano le cronache della pandemia sono soprattutto sul piano umano.

Una arriva da Pavullo, Appennino modenese, dove un'infermiera ha capito come comunicare con i pazienti più anziani e duri d'orecchio nonostante la difficoltà delle mascherine: i post-it. Samuela, da 20 anni al lavoro in corsia, ha iniziato a scriverli per il suo paziente più in difficoltà. «Lo aggiornavo su quello che succedeva. Quando gli ho scritto che il figlio lo salutava, si è commosso perché non lo vedeva da un giorno». Il cartello più bello lo ha scritto dopo giorni e giorni: “Coronavirus negativo! Ti spostiamo in reparto”: «Quando l'ha letto, mi ha fatto ok con la mano. Poi le mie colleghe hanno deciso di conservare foglietti e fotografarli». Ma anche di imitare la sua trovata.

La lettera dei 292

Da una lettera inviata a Palazzo Chigi arriva invece una buona notizia sul piano strategico. Sono 292 gli scienziati italiani che scrivono al premier e ai presidenti delle Regioni: i laboratori di ricerca italiani uniti in rete possono contribuire a fermare l'accelerazione del virus. Questo piano d'azione nazionale anti-contagio vede il consenso compatto della maggioranza dei direttori degli Irccs e dei principali Istituti di Ricerca biomedica nonché di una larga fascia degli scienziati con competenze di biologia molecolare e biotecnologie del nostro Paese. Risorse intellettuali e competenze tecnologiche di alto livello per l'esecuzione dei test diagnostici per l'identificazione del virus - sostengono i 292 - sono disponibili su tutto il territorio nazionale da subito e a costo di personale e attrezzature pari a zero, e quindi senza imporre ulteriori aggravi in un paese già allo stremo.

Tutti in hotel

Una buona idea arriva dagli Usa: la città di Chicago sta affittando centinaia di camere di hotel per i pazienti con sintomi lievi o in attesa dei risultati del test, così da liberare i letti di ospedale per gli casi gravi. La sindaca Lori Lightfoot ha spiegato che la città prevede



 

 

3 - L’UNIONE SARDA di mercoledì 25 marzo 2020 / PRIMO PIANO - Pagina 10

L’EMERGENZA. Identificarli con test a tappeto o no? Dibattito aperta tra gli scienziati

COL VIRUS MA SENZA SINTOMI: IL MISTERO
Lopalco: “Probabili 500mila casi positivi che passano inosservati”

Potrebbero oscillare fra il 20% e il 60% dei casi reali, ma nessuno sa ancora di preciso quante siano le persone che, pur avendo l'infezione da coronavirus, non hanno sintomi e di conseguenza non fanno il tampone, restando in questo modo una realtà sommersa e sconosciuta. Conoscerne il numero sarebbe importante per avere un'idea più realistica delle dimensioni dell'epidemia in Italia e lo sarebbe stato soprattutto nella fase iniziale.

La scelta

Soprattutto dopo l'identificazione dei primi casi individuare le persone senza sintomi, ma in grado di trasmettere l'infezione, avrebbe permesso di rintracciare coloro con cui erano state contatto, aiutando a rallentare la diffusione. In merito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha rilevato che «fin qui abbiamo sempre seguito le indicazioni del comitato tecnico-scientifico» e «continueremo a farlo: al momento non c'è ragione di cambiare la nostra modalità sia di conteggiare i contagiati che di procedere ai test». Che siano possibili casi positivi e asintomatici lo ha detto anche il capo della protezione civile Angelo Borrelli, che non esclude che il loro numero possa essere elevato; per il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, «il contributo degli asintomatici alla diffusione dell'epidemia è decisamente inferiore a quello dei sintomatici».

Gli scienziati contrari

Diversa la posizione di parte della comunità scientifica, che in una lettera aperta a Governo e Regioni osserva che «le attuali strategie di contenimento basate sulla identificazione dei soli soggetti sintomatici non sono sufficienti alla riduzione rapida della estensione del contagio nelle popolazioni affette». A stimare il numero degli asintomatici in Italia sono due ricerche condotte in Lombardia e in Veneto, dalle quali emergono due stime purtroppo lontane fra loro: il 20% nel primo caso e del 60% nel secondo.

La stima dei casi reali

«È possibile che in Lombardia ci sia una stragrande maggioranza di asintomatici», ha detto l'infettivologo Massimo Galli, dell'Ospedale Sacco e dell'Università Statale di Milano, «e non ritengo si tratti del 20%, considerando quello che vediamo ogni giorno». Impossibile calcolare il numero degli asintomatici senza una base statistica, ma intanto c'è una stima dei casi reali in Italia, ossia delle persone con sintomi anche molto lievi: sarebbero fra 250mila e 500mila, secondo i dati della pagina Facebook "Coronavirus-Dati e Analisi Scientifiche", elaborati dal fisico Federico Ricci Tersenghi, della Sapienza di Roma.

Letalità, indice inferiore

L'analisi indica che i casi reali sarebbero da 5 a 10 volte superiori rispetto a quelli accertati con il tampone. La stima di 500mila casi è realistica anche per il responsabile dell'epidemiologia nella task force coronavirus della Regione Puglia, Pier Luigi Lopalco, dell'Università di Siena. «Casi passati inosservati perché con sintomi lievi o asintomatici». Alla luce di queste cifre l'indice di letalità in Italia si ridurrebbe sensibilmente a valori compresi fra l'1,4% e lo 0,7%.





 

La Nuova Sardegna




 


4 - LA NUOVA SARDEGNA di mercoledì 25 marzo 2020 / Prima pagina

Di Sorso e Luras
STUDENTESSE ERASMUS BARRICATE IN SPAGNA

Hanno deciso di restare a Granada Greta Monti, 30enne di Sorso, e la sua coinquilina e amica Ilenia Musselli, 27enne di Luras. A finire il loro Erasmus, a combattere la loro battaglia. E, con il cuore rotto dall’emozione per le loro famiglie lontane, fanno un appello “ai tanti sardi e italiani che come noi sono lontani da casa, a vivere questa esperienza incredibile, irreale. Ce la faremo”.    Bua a pagina 17
  
Pagina 17
L'ERASMUS A GRANADA MA IL CUORE A SORSO E LURAS
“Anche in Spagna la situazione è dura: per il Covid-19 si vive barricati in casa”
Due studentesse hanno deciso di non rientrare nell’isola e terminare gli studi

di Giovanni Bua
SASSARI Paura e coraggio, dubbi e certezze, telefonate e studio, Un'occhiata alla finestra, ad ammirare rapite le strade vuote, spettrali. Quelle che portano a Plaza de Toros, che fino a qualche settimana fa brulicavano di gente, abbracci, risate, vita. Hanno deciso di restare a Granada Greta Monti, 30enne di Sorso, e la sua coinquilina e amica Ilenia Musselli, 27enne di Luras. A finire il loro Erasmus, a combattere la loro battaglia. E, con il cuore rotto dall'emozione per le loro famiglie lontane, fanno un appello «ai tanti sardi e italiani che come noi sono lontani da casa, a vivere questa esperienza incredibile, irreale. Ce la faremo». Una scelta non facile «soprattutto - racconta Greta - perché qui in Spagna ci hanno messo settimane a capire. Sembravano pazzi, noi sapevano dall'Italia cosa stava succedendo, ma qui l'8 marzo erano tutti in strada per la festa della donna. Le mie coinquiline spagnole, che pure sono qui a studiare medicina, mi davano dell'isterica, dicevano che seminavo il panico. Che era un'influenza, che qui in Spagna non sarebbe arrivata. Incredibile se si pensa che sembra che il focolaio nel nord Italia sia partito proprio dalla Spagna». Ma Greta, che a Granada sta facendo un master annuale in storia, è una con la testa sulle spalle. «Ho smesso di frequentare le lezioni, e mi sono letteralmente chiusa in casa. Mi prendevano in giro. Poi per fortuna anche il governo spagnolo ha preso misure simili a quelle dell'Italia. E allora Greta e Ilenia decidono di restare. «I motivi sono vari. Prima di tutto la sicurezza, non ci sentivamo di affrontare trasferimenti e viaggi. Anche adesso il canale con l'università di Sassari, che ci ha dato e ci dà enorme supporto, è aperto, e ci propongono possibili tratte per rientrare. Capisco chi cambia idea, ma noi siamo sicure». Paura non solo per se stesse: «Mia madre è immunodepressa - continua Greta -. Un mio ritorno, con quarantena a casa, finirebbe per essere un pericolo per lei. Sono già abbastanza preoccupata, perché a Sorso tantissimi lavorano in ospedale, che è la frontiera contro il virus, ma anche il possibile focolaio di contagio». Ma non è solo la paura a spingere le due ragazze: «Io e Ilenia stiamo finendo un percorso, l'università di Granada ha attivato i corsi on line, stiamo studiando. Non voglio mandare a monte un impegno iniziato a settembre, voglio continuare a inseguire il mio sogno e a portare avanti il mio progetto per il futuro. Perché prima o poi tutto questo finirà». E quindi prudenza, una spesa a settimana, le mascherine fatte con la carta forno, gli occhi puntati sulla Nuova Sardegna («la leggo on line ogni giorno) e sui media italiani, le chat via skype con la famiglia e con l'università, il whatsapp con "gli italiani a Granada", le giornate che scorrono tra pensieri e sogni. «Aspettando di poterci di nuovo abbracciare».

 

 

 

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