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Università: nuove norme per i dottori di ricerca

Il Ministero prepara nuove regole: maggiore autonomia degli atenei, meno fondi vincolati, piu stabilità formativa
13 aprile 2007
Mussi fissa i paletti per i nuovi dottori di ricerca. Un riferimento normativo per questa categoria esisteva (l’art. 4 della legge 210/99), ma molto era demandato all’autonomia dei singoli atenei, in presenza di poche direttive nel merito. Il sottosegretario all’Università e alla ricerca scientifica Luciano Modica ha anticipato nei giorni scorsi a ItaliaOggi le linee guida pensate dal Ministero per una riforma del dottorato.
 
Secondo i tecnici del Ministero, la riforma si fonderà sul rafforzamento dell’autonomia delle università, ma anche sulla qualità delle attività formative. La durata dei corsi di dottorato (ora estendibile da due a quattro anni a seconda dell’ateneo) sarà fissata in tre anni, anche se dovrà essere possibile discutere la tesi anche dopo 4 anni dall’immatricolazione.
 
Ma le nuove norme dovranno allineare l’Italia alla definizione che a livello europeo viene data alla categoria. Il dottorando viene infatti definito “early stage researcher” (mentre in Italia è sostanzialmente uno studente), che in quanto tale partecipa ai progetti e ai gruppi di ricerca. Secondo fonti ministeriali, per questo bisognerebbe prevedere finanziamenti specifici di ricerca, su base competitiva, riservati a dottorandi e dottori di ricerca. Alle singole università rimarrà il compito di dettare regole per le borse di studio e decidere l’entità delle risorse da destinare: gli attuali fondi ministeriali destinati a questa finalità confluiranno, senza vincoli, nel fondo di finanziamento ordinario. L’organizzazione dei corsi di dottorato di ricerca sarà autonoma, e potrà essere diversa a seconda dell’area disciplinare.
 
L’auspicio del Ministero è che poi, a loro volta, gli Atenei lascino autonomia alle differenti aree disciplinari, nelle scelte formative dei diversi corsi. Per un buon funzionamento del corso, deve essere garantito un impegno fisso di professori e ricercatori e un numero minimo di dottorandi. Altro paletto è l’istituzione di vere e ampie scuole di dottorato nelle università: il che garantirebbe – secondo i tecnici – maggiore stabilità formativa.
 
La nascente Agenzia di valutazione dovrà dedicare particolare attenzione ai risultati del dottorato di ricerca come fonte primaria di giudizio sulla qualità complessiva degli atenei.
 
Fonte: ItaliaOggi

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