UniCa UniCa News Notizie I rettori: «Atenei chiusi ai ministri»

I rettori: «Atenei chiusi ai ministri»

Rivolta contro la Finanziaria del governo. «Posti solo in platea a inaugurazioni e cerimonie ufficiali». «Avevamo detto sì ai sacrifici, ma qui non si garantisce nulla»
15 dicembre 2006
ROMA — Vietato invitare i membri del governo a presenziare alle inaugurazioni dell'anno accademico, alle celebrazioni di illustri studiosi, alle lauree ad honorem e a tutte le più significative cerimonie organizzate dagli atenei. Ministri e sottosegretari, anche se colleghi, potranno accomodarsi in platea, non al tavolo delle autorità accademiche. L'inclusione di ministri in carica in un elenco di persone sgradite, con Fabio Mussi inevitabilmente al primo posto, è stata decisa dall'assemblea dei rettori (Crui).

I RETTORI — È la risposta alla Finanziaria che «minaccia la sopravvivenza» dei 75 atenei del Paese. In un clima molto acceso, quasi di rivolta nei confronti dell'esecutivo — si è parlato di sciopero fiscale, di dimissioni in massa, di azioni legali —, i rettori hanno espresso un giudizio di durissima condanna nei confronti della manovra. Un governo che punisce l'università, che crea difficoltà insormontabili nella vita quotidiana degli atenei, hanno decretato i rettori, non è più il benvenuto nelle nostre aule.
Si tratta di una sorta di espulsione da un mondo, quello universitario, che si aspettava dal governo di centrosinistra una valorizzazione e che quasi non riesce a credere alle cifre della Finanziaria.
«Eravamo coscienti del momento difficile — ha dichiarato il presidente dell'assemblea, Guido Trombetti, rettore della "Federico II" di Napoli —, avevamo chiesto di fare sacrifici ma di avere garantita la sopravvivenza. Invece così non si garantisce nulla. Soprattutto non si garantisce il diritto allo studio degli studenti, protetto dalla Costituzione, perché sono diminuiti anche i fondi per le borse di studio. Per questi motivi l'università — che resta un luogo aperto a tutti — non inviterà i membri di questo governo».

I TAGLI — Anche nel 2007 il decreto Bersani imporrà agli atenei tagli alle spese riguardanti la gestione ordinaria: affitti, utenze, pulizie, riscaldamento, abbonamento alle riviste e via dicendo. Le somme dovranno essere ridotte del 20 per cento rispetto alle previsioni. Secondo i rettori i tagli si aggirano sui 200 milioni di euro. Il fondo di finanziamento ordinario, che serve per pagare gli stipendi — ma non gli aumenti automatici che sono a carico delle singole università e ammontano a circa 150 milioni di euro l'anno —, è cresciuto di poche decine di milioni. La protesta dei rettori, mai così dura, punta ad evitare il collasso degli atenei che nei prossimi mesi potrebbero non avere i soldi per pagare l'affitto, gli abbonamenti alle riviste e le bollette della luce.
L'obiettivo è liberare l'università dal peso del decreto Bersani prima che si concluda l'iter della Finanziaria. Nessun commento da parte del ministro Fabio Mussi, che ha minacciato le dimissioni se saranno confermati i tagli all'università apparsi nella prima stesura della manovra. Il silenzio del ministro rivela forse un estremo tentativo per trovare una soluzione.

I COMMENTI — La decisione dei rettori fa discutere maggioranza e opposizione. Giuseppe Valditara, An: «Per l'università è arrivata la clamorosa presa in giro. Paradossalmente la cosa più negativa è che non si intravede un'evoluzione positiva dato che si prevedono tagli ancora maggiori — oltre 200 milioni di euro — per il 2008». Andrea Ranieri, Ds, riconosce che «nella Finanziaria non si è tenuto conto delle difficoltà in cui versano le università italiane». «Una soluzione — ha proposto l'esponente Ds — potrebbe venire dal prossimo varo dell'Agenzia di valutazione, se riusciremo a dotarla delle risorse necessarie per assegnare finanziamenti agli atenei, premiando il merito delle strutture, dei docenti e degli studenti».
Matteo Renzi, della Margherita, punta il dito su un'apparente contraddizione dei docenti universitari. «Trovo esagerata ed ingiusta l'inaudita forma di protesta decisa dalla Conferenza dei rettori — ha dichiarato Renzi —. Se davvero si hanno a cuore le sorti dell'università, perché puntare il dito soltanto sull'esecutivo? Perché non andare a guardare, per esempio, cosa fanno e cosa hanno fatto alla Camera o al Senato i docenti e i rettori universitari una volta divenuti parlamentari?».
 

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