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Le mille università dalle facili cattedre

Lo sciopero negli atenei contro la Finanziaria ha qualche giustificazione ma rientra anche in un vecchio copione che ha sempre visto le organizzazioni sindacali svegliarsi quando sono in gioco gli aspetti economici e le garanzie di carriera dei docenti
28 ottobre 2006

di MARIO PIRANI
 

La proclamazione dello sciopero negli atenei contro la Finanziaria ha qualche giustificazione ma rientra anche in un vecchio copione che ha sempre visto le organizzazioni sindacali svegliarsi quando sono in gioco gli aspetti economici e le garanzie di carriera dei docenti e, per contro, acconciarsi comodamente di fronte alle devastazioni introdotte, sulla scia delle riforme di centrosinistra e di centrodestra, a scapito della qualità degli studi.

Cercherò di spiegarmi con alcuni esempi partendo proprio dalle questioni economiche e, in primo luogo, dagli stipendi che, nel caso dei docenti universitari, sulla scia dei magistrati e degli alti ufficiali delle Forze armate, hanno fin qui goduto, a differenza di tutte le altre categorie, di una specie di scala mobile automatica, in base alla quale gli emolumenti vengono ogni anno allineati all’aumento dell’inflazione. La Finanziaria di quest’anno prevede, invece, uno stanziamento bastevole solo per un adeguamento ridotto.

E’ senz’altro spiacevole ma bisogna anche rassegnarsi a una condivisione dei sacrifici, imposti dal dissesto del bilancio. Più accettabile la protesta quando si indirizza contro lo schematismo contabile restrittivo che ha portato ad un taglio generalizzato del 20% delle spese intermedie (energia, manutenzione, custodia, ecc.) con l’obbligo di restituire allo Stato quanto speso in sovrappiù.


Malcontento ragionevole ma non certo tale da giustificare gli sproloqui sul "killeraggio contro l’università e la ricerca" denunciato dai sindacalisti della categoria. Gli stessi che non hanno mosso un dito di fronte alla dissennata proliferazione degli atenei, passati negli ultimi sette anni da 41 ad 80, e all’altrettanto improvvida, continua, apertura di sedi periferiche.

Si è in tal modo permessa una moltiplicazione perversa, speculare a un abbassamento del livello degli studi, la cosiddetta "liceizzazione", con rispetto parlando dei vecchi ed ottimi licei di gentiliana memoria. Oltre allo spreco e dispersione degli investimenti si è assistito, propiziata dall’insana teoria della scuola come azienda, alla nascita a getto continuo di università private, peraltro quasi sempre riconosciute dal ministero e spesso sovvenzionate dal pubblico erario e dagli enti locali.

Di questo passo si arriverà ad un ateneo o a una sua succursale per ogni provincia, vedi, ad esempio, la Sicilia dove troviamo ormai una sede universitaria, oltre che a Palermo, Catania e Messina, anche a Trapani, Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone e, da ultimo, Enna. O in Calabria, dove, a fronte di due milioni di abitanti, oltre a quella di Arcavacata che doveva essere l’unica, ne sono sorte due a Reggio (una pubblica e una privata per stranieri), una a Catanzaro e recentemente una a Villa San Giovanni, il cui fondatore, nominato rettore per acclamazione, l’ha intitolata al suo omonimo nonno, Francesco Ranieri, dotandola altresì di un albergo per ospitare (naturalmente a pagamento) professori e allievi. Infine si possono leggere recenti annunci pubblicitari della Università della Sibaritide a Rossano (Cosenza), che fa capo telematicamente alla S. Pio V di Roma (da non confondere con quella dei Legionari di Cristo), assieme alle altre succursali di Benevento, Foggia, Napoli, Agropoli, Catania, Brescia, cui si aggiungeranno presto Cosenza e Palmi. Tra le new entry merita una citazione l’università on-line Guglielmo Marconi il cui patron è l’ex sottosegretario alla Funzione pubblica, Learco Saporito (An), che ha ottenuto la cattedra di diritto pubblico a 68 anni, vantando presumibilmente, come "crediti" per la tardiva vocazione, la frequentazione del Transatlantico più che le aule della Sapienza.

Ma non è il solo personaggio proveniente dai retrobottega della politica ad andare in cattedra presso qualche università di fresca apparizione: quella di Enna, ad esempio, ha incoronato professore associato di diritto pubblico l’ex giornalista dell’Avanti! e oggi consulente di Fabrizio Cicchitto, Ciro Sbailò. Figura di spicco della commissione esaminatrice era Salvo Andò, ex ministro della Difesa (Psi), nominato a sua volta rettore della suddetta Università, nonché coautore, con il succitato Sbailò, del testo che doveva assicurargli la docenza, dal profetico titolo, "Oltre la tolleranza" (ed. Marco Valerio, 2004). Per equanime pluralismo il concorso di professore ordinario di diritto amministrativo è stato vinto da un candidato, Fabio Cintoli, il quale pur non essendo mai stato né dottorando né ricercatore, aveva però ricoperto l’incarico di capo di gabinetto dell’ex presidente del Senato, Marcello Pera.

L’elenco delle cattedre cui si può accedere nelle neonate università per meriti politici potrebbe allungarsi ma a destare ammirativo stupore è il sistema di nomine "facili" che evitano il duro e lungo corso accademico, proprio delle vecchie sedi storiche, con il vantaggio, però, che, una volta in cattedra e riconosciuti idonei, i neo professori possono, se trovano i giusti sponsor, essere "chiamati" anche in sedi più prestigiose, al pari di chi si è formato in lunghi anni di studi, ricerche e insegnamento.

Nella proliferazione patologica delle università una menzione speciale spetta, infine, a quella creata da Tremonti quando era titolare dell’Economia, che per decreto trasformò l’ex Scuola centrale tributaria in Scuola superiore dell’economia e delle finanze, "istituzione di alta cultura, con compiti di formazione universitaria, alle dipendenze del ministro", cui spetta la nomina degli organi accademici (rettore, prorettore, presidi di facoltà). Il personale docente è inserito a pieno titolo nei ruoli universitari. A suo tempo la Conferenza dei Rettori protestò invano per "il vulnus all’intero sistema universitario italiano... che potrebbe portare facilmente a tante diverse istituzioni di tipo universitario quanti i diversi ministeri".

Sarebbe forse il caso di un rapido decreto abrogativo di Padoa-Schioppa, prima che l’appetito di qualche suo collega venga sollecitato da questa possibilità.
Ma il peggio è, comunque, avvenuto durante la passata gestione governativa, quando, nonostante l’impegno bipartisan dei politici locali e degli altri maggiorenti preposti al sostentamento, le università di fresca nascita non sempre sono riuscite di per sé, a raggiungere un numero di iscritti tale da realizzare il profitto atteso.

L’ostacolo è stato, peraltro, superato con una interpretazione davvero geniale della madre di tutte le riforme. quella sulla autonomia didattica, introdotta dal primo centro sinistra, il cui Regolamento (decreto del 3/11/1999), all’art. 5, stabilisce la possibilità per lo studente di acquisire i crediti formativi "con il superamento dell’esame o di altra forma di verifica del profitto". Spiegherò, per chi non ne sia al corrente, che i vecchi esami col voto sono stati da allora profondamente modificati con la introduzione dei "crediti", per cui, assieme al voto, ad ogni esame, a seconda dell’importanza e del tempo di studio presunto, vengono corrisposti da 4 fino a 10 crediti.
Un anno di studio implica convenzionalmente 60 crediti. Ne consegue che la laurea triennale comporta 180 crediti e quella biennale di specializzazione 120. Tutto chiaro, con una postilla (art. 5 comma 7): "Le università possono riconoscere come crediti formativi... conoscenze e abilità professionali certificate.... nonché altre conoscenze e abilità maturate in attività formative... ". Dunque, visto che si possono conseguire crediti anche senza sostenere esami, le università (prima quelle private, poi, per perversa concorrenza, anche quelle pubbliche) non hanno trovato di meglio per gonfiare le iscrizioni, che raggiungere delle convenzioni collettive con ministeri, enti di vario genere, associazioni di categoria, ordini professionali, ecc. Queste convenzioni con una specie didiscount pubblicitario - paghi uno e prendi due - garantiscono a migliaia di dipendenti non dotati di titoloaccademico, la possibilità di conseguire agevolmente una laurea, accreditando una valanga di crediti, già al momento dell’iscrizione, sulla base della presunta "attività" svolta nella precedente vita lavorativa.

Particolare sconforto tra i dipendenti pubblici regolarmente laureati hanno destato le convenzioni coni ministeri, accompagnate da una tale supervalutazione (anche 120!), dei crediti formativi da permettere agli aspiranti di conseguire la laurea dopo pochissimi esami, scelti tra i più facili. In tal modo si è aperta la strada ai dipendenti di fascia B - nerbo dei sindacati del pubblico impiego - di passare alla fascia C, propedeutica alla dirigenza. Una "conquista" pagata inoltre dallo Stato che copre le spese di formazione dei dipendenti in questione, nonché permette loro di "studiare" nell’orario di lavoro.

Per effetto, inoltre, dei "danni collaterali" l’erario, nei bilanci futuri, dovrà erogare stipendi assai più alti per la progressione di carriera, insita nella laurea conseguita, nonché riempire gli organici rimasti vuoti di segretarie, impiegati d’ordine, sottufficiali di Ps e quant’altro. Chi vuol saperne di più cerchi in proposito su internet (www report.rai.it) la straordinaria puntata di Report, "Regalo di laurea", curata dalle bravissime Milena Gabanelli e Giovanna Boursier la cui visione mi ha indotto a questo approfondimento.

Da ultimo, peraltro, qualche felice intoppo alla devastazione delle università italiane è sopravvenuto con l’ascesa a ministro di Fabio Mussi, il quale, dopo aver denunciato "il casino degli atenei", tra i suoi primi atti ha cancellato il riconoscimento pubblico alla "Ranieri" e a cinque atenei telematici, nonché imposto il limite di 60 ai "crediti" regalati all’atto dell’iscrizione "convenzionata". Resta da chiedersi perché non li ha ridotti a proporzioni minime, con accertamenti davvero severi e selettivi sui crediti residuali concessi. Se la sua cautela è stata ispirata dall’opportunità di non dispiacere troppo ai sindacati anche il giudizio positivo sul suo avvìo ministeriale va, quanto meno, dimezzato.

Fonte: www.larepubblica.it

 

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