UniCa UniCa News Notizie L’Università della dispersione partono in mille, si laureano in 18

L’Università della dispersione partono in mille, si laureano in 18

I dati di una indagine sul sistema scuola italiano: tempi lunghi e fughe dai banchi: "Così si mette a rischio lo sviluppo e la produttività del Paese"
25 agosto 2006

di SALVO INTRAVAIA

Partono in mille e arrivano, puntualmente al traguardo, appena in 18. Sono i laureati italiani nel 2004 che otto anni prima erano iscritti al primo anno delle scuole superiori. Alla maggior parte dei ragazzi non sono bastati cinque anni di scuola superiore (ora secondaria di secondo grado) e tre anni di università per coronare il sogno della laurea. Tutti gli altri - 982 studenti di prima liceo su mille - nel frattempo hanno ingrossato il fenomeno, che tanto preoccupa i paesi dell'Unione europea, della 'dispersione': scolastica o universitaria.

Migliaia di ragazzi sono andati incontro ad una o più bocciature che hanno spostato in avanti il fatidico esame di maturità. Altrettanti, ma questa volta all'università, sono incappati in ritardi che li hanno costretti a ritardare l'appuntamento conclusivo con la laurea, ormai triennale per quasi tutte le facoltà. Ma sono tantissimi anche coloro che si sono persi per strada. Molti ragazzi dopo la maturità hanno deciso di non proseguire gli studi e una consistente fetta di quelli che si sono iscritti all'università ha gettato la spugna.


A certificare la scarsissima 'produttività' del sistema formativo nazionale è l'Istat, che ha pubblicato la statistica dal titolo 'I diplomati e lo studio, anno 2004'. Per rendersene conto basta dare un'occhiata e incrociare i dati dell'Istituto nazionale di statistica. Poco più di 7 diplomati, nel 2001, su 10 hanno concluso gli studi entro i tempi previsti. Più di un quarto, il 27 per cento, si è diplomato ad un'età superiore ai 19 anni'. "Il percorso scolastico dei giovani - scrivono gli esperti Istat - che conseguono il diploma di scuola secondaria superiore è spesso accidentato, segnato da ripetenze, trasferimenti da un tipo di scuola all'altro, interruzioni di frequenza, anche temporanee, che allungano la permanenza all'interno del sistema scolastico".

E, una volta agguantato il diploma, appena 6 ragazzi su dieci proseguono all'università (il 62 per cento, per l'esattezza). Molti cercano un lavoro, altri 'non hanno interesse ad acquisire ulteriore formazionè e per alcuni l'università 'è ancora troppo costosa'. E approdati nelle aule universitarie la storia si ripete. Dei 62 diplomati su 100 iscritti negli atenei italiani, appena il 4 per cento dopo tre anni raggiunge regolarmente la laurea. L'11,5% abbandona a metà strada e la maggior parte (l'84,5 %) deve ancora concludere il ciclo di studi universitari intrapreso: sono i cosiddetti fuori-corso.

Negli ultimi anni, per la verità, qualche piccolo progresso anni è stato fatto, ma l'obiettivo di aumentare in maniera consistente il numero dei laureati italiani, specialmente nelle aree scientifiche, è tutt'altro che raggiunto. Insomma, i cosiddetti obiettivi di Lisbona sembrano ancora lontani. A marzo del 2000 nella capitale portoghese il Consiglio Europeo ha stabilito che "entro il 2010 l'Europa deve diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo". Si trattava di una mossa strategica per dare risposta allo strapotere economico dei paesi asiatici e americani che rischiano di stritolare l'economia del vecchio continente. Secondo l'apposita commissione istituita per l'occasione, per "diventare l'economia più competitiva del mondo" basta centrare sei obiettivi. Il primo mira proprio a una drastica diminuzione della dispersione scolastica. Servono poi maggiori investimenti nel cosiddetto capitale umano e indirizzare anche chi ha concluso gli studi verso la formazione permanente. Quello della dispersione è un fenomeno attenzionato da tutti i paesi - industrializzati e in via di sviluppo - della Terra perché determina la distrazione dagli obiettivi di riscatto sociale ed economico dei vari stati di ingenti risorse umane ed economiche o rallenta l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

In pratica, se i ragazzi perdono anni a scuola o all'università - o peggio, abbandonano gli studi dopo averli iniziati - a cosa servono le riforme (basti pensare alla riforma delle scuole superiori proposta dall'allora ministro Berlinguer nel 2000, che accorciava l'intero percorso scolastico (elementare, media e superiore) di un anno - 12 anziché 13 - o alla riforma dell'ordinamento universitario, che ha introdotto la laurea triennale e l'eventuale specializzazione biennale), tentate o avviate anche in Italia tendenti a ridurre la permanenza degli studenti nel sistema di istruzione e formazione?

Tratto da: www.repubblica.it

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