UniCa UniCa News Notizie I problemi della ricerca e dell’università italiana

I problemi della ricerca e dell’università italiana

Rassegna stampa. Articoli dell’ultima settimana scelti da varie testate giornalistiche nazionali on line
02 ottobre 2006
2 ottobre 2006

RASSEGNA STAMPA
Articoli dell’ultima settimana scelti da varie testate giornalistiche nazionali on line
 
 


Corriere della Sera
Studi gonfiati e false scoperte

28 settembre 2006
. «Ma il sistema ricerca è sano: chi inganna viene cacciato» Ammette che nell’ambiente circolano colleghi con la tendenza a barare. Riconosce che il suo è un mondo abitato da molti furbi. Ma infine assolve il sistema-scienza: «Chi bara viene escluso dalla comunità, finisce per fare il taglialegna, con tutto il rispetto per la categoria. Si innesta un meccanismo di autopulizia per cui i millantatori devono uscire per forza». Alberto Mantovani, immunologo dei tumori, direttore scientifico dell’ istituto Humanitas e docente all’ università di Milano, uno degli uomini di scienza nazionali più apprezzati a livello internazionale, ama il suo lavoro e ne analizza le magagne. Critico ma in fondo indulgente. L’ analisi parte dall’ ultimo caso. Dall’americano Robert Lanza che in un articolo pubblicato su Science ha forzato i dati relativi ad un esperimento su embrioni umani. Ne avrebbe ricavato cellule staminali senza distruggerli dando l’ illusione di aver trovato la strada per risolvere problemi etici. Poi si è scoperto che, al contrario, quegli embrioni non erano sopravvissuti. E gli attacchi non sono stati clementi sebbene il suo studio, meno rivoluzionario di quanto sembrasse, abbia comunque dato un contributo importante.
Annunciare false scoperte è uno sport molto diffuso fra i ricercatori?
«Dobbiamo distinguere tra errori in buona fede e frodi volontarie». Cominciamo dagli errori in buona fede. «Può capitare che alcuni dati si rivelino non riproducibili, cioè che non sia possibile ripeterli in tutti i loro dettagli così come sono stati presentati dall’ autore. Gli errori vengono subito sgamati. Per questo io dico che il sistema si autopulisce e si autogarantisce».
A maggior ragione non è possibile passarla liscia per una frode, è così? «Chi sbaglia involontariamente perché interpreta male o enfatizza i risultati dei propri esperimenti viene perdonato. È umano che ognuno tenda a dare importanza esagerata alla sua scoperta. Invece chi specula volontariamente e sparge clamore viene cacciato per sempre dal nostro mondo. Ho conosciuto colleghi che sono letteralmente spariti dalla circolazione, hanno cambiato mestiere. La messa al bando è irreversibile quando viene intaccata l’ etica di un mestiere basato sull’ onestà intellettuale. Ecco se un intervento si può fare per moralizzare il settore, credo che bisognerebbe imporre delle regole nella comunicazione delle notizie, prevedendo una sorta di silenzio stampa».
Ricorda un flop scientifico particolare?
«Clamoroso anni fa quello che è successo per un farmaco omeopatico. Uscì un lavoro su Nature a firma del francese Benveniste dove si annunciava che l’ acqua era capace di mantenere la memoria di una molecola, presupposto che avrebbe dovuto confermare il principio dell’omeopatia, basata sulla diluizione. Tutti hanno provato a ripetere l’ esperimento senza riuscirci. La rivista ha chiesto all’ autore di riprodurre i suoi dati in laboratorio e si è capito che li aveva alterati».
La riprova che sono episodi frequenti?
«No, io credo siano l’ eccezione. Certo ci sono diversi stratagemmi per cercare di forzare i risultati per dimostrare l’ efficacia di una molecola. Si può ad esempio fare in modo di pubblicare solo gli studi clinici positivi e di nascondere quelli negativi. Vuol dire mostrare solo la faccia luminosa della luna, a tutto vantaggio dell’ industria farmaceutica che vuole vendere il prodotto. Ora però il meccanismo è stato corretto perché è obbligatorio registrare tutti gli studi, anche quelli che restano inediti».
Nel suo curriculum vengono citati almeno trenta lavori comparsi nelle riviste più importanti, «Nature», «Nature medicine», «Science» o «New England Journal of Medicine». È così facile superare le griglie della selezione per arrivare su quelle pagine?
«La trafila prevede che un articolo venga innanzitutto sottoposto al
primo screening dell’ editor. Se passa il primo scoglio, va all’ esame di tre arbitri anonimi e autorevoli. Anch’io vengo utilizzato come arbitro per lavori di colleghi. Il meccanismo del giudizio tra pari è il fondamento di un’ impresa scientifica. In genere gli arbitri sono molto esigenti, ti chiedono integrazioni, è difficile passarla liscia. Il 90% degli articoli vengono respinti. Il 10% passano di nuovo all’ editor al quale spetta l’ ultima parola».
Ma allora, alla luce dei precedenti falsi celebri, dobbiamo pensare che anche arbitri ed editor vengano sottoposti a pressioni per agevolare questo o quell’ autore?
«No, non è tutto marcio. Il sistema è prevalentemente pulito. Ho fatto l’ arbitro diverse volte e non mi è mai capitato sotto gli occhi un lavoro taroccato».
Non ci dica che l’ istituto per il quale lavora non spinge per non finire in prima pagina...
«Più che della spinta dell’ istituto bisogna parlare di quella del sistema ricerca fondato per sua natura sul "successo" della pubblicazione. Gli articoli accettati sulle riviste sono uno degli strumenti per misurare la produttività. Io queste pressioni non le ho mai avvertite. È chiaro che questo gioco è più frequente laddove il salario percepito è legato ai grant, cioè ai finanziamenti, come negli Usa o in Gran Bretagna».
Esiste secondo lei uno strumento per vaccinare la ricerca dalle frodi?
«L’ unica salvaguardia è l’ esistenza di un sistema di ricerca pubblica, indipendente e competitiva, capace di autofinanziarsi».
L’ Italia è un Paese immune da questo punto di vista?
«Parliamo sempre male dell’ Italia, ma non dimentichiamo che vanta una grande tradizione nel campo della ricerca clinica indipendente, condizionata solo dalla curiosità scientifica dell’investigatore. L’ agenzia nazionale del farmaco, l’ Aifa, ha emesso un bando per finanziare questi studi. Credo stiamo andando nella direzione giusta».
CHI È
Nato nel 1948, Alberto Mantovani è immunologo dei tumori, professore ordinario di Patologia Generale all’Università degli Studi di Milano e dall’ ottobre 2005 direttore scientifico dell’ Istituto Humanitas. Ha lavorato in Gran Bretagna e Usa. Ricercatore di fama internazionale, è tra i cento immunologi più citati dalla letteratura scientifica negli ultimi vent’anni del Novecento.
Margherita De Bac
 

Corriere della Sera
Sorpresa USA. L’università pubblica batte Harvard e Yale 

22 settembre 2006. Secondo uno studio di «Spencer Stuart» la grande maggioranza dei «chief executive officer» viene da atenei statali E’ la rivincita delle università statali contro le blasonate Ivy league. Secondo una ricerca della società americana di cacciatori di teste Spencer Stuart, solo il 10% degli amministratori delegati (ceo) delle 500 maggiori aziende Usa ha studiato in uno dei college più antichi ed esclusivi degli Stati Uniti, un club di otto istituzioni, tutte private e carissime, dalla Brown university a Yale. La grande maggioranza ha frequentato un college pubblico, che mediamente costa meno della metà di un istituto privato qualsiasi e una frazione di un Ivy league. «Pensare, comunicare, essere un leader, ottenere risultati: sono le qualità che contano in un candidato a un posto di lavoro. Io le ho imparate all’ Hamilton college di Clinton, New York. Qualsiasi università le può insegnare», ha commentato il ceo di Procter&Gamble A.G.Laffrey. Una consolazione per le famiglie disposte ormai a follie per assicurare ai loro rampolli un posto nella università più prestigiose, dove il potente network degli ex allievi dovrebbe essere il lasciapassare per far carriera in tutti i business. E’ vero che gli attuali ceo sono di un’ altra generazione, ma quando selezionano giovani per le loro aziende non tendono a preferire chi ha un pedigree più nobile. «Non mi interessa dove uno è andato a scuola, è un fattore che non mi ha mai fatto assumere qualcuno o concludere un affare», ha dichiarato il guru degli investimenti Warren Buffett, ceo di Berkshire Hathaway, laureato all’ università statale del Nebraska. Bill Green, ceo di Accenture, ha studiato al Dean college, una "community school" che dura solo due anni e fornisce una sorta di "laurea breve". Green ancora ricorda con gratitudine l’ attenzione che i professori dedicavano agli studenti, «perché non erano impegnati a fare ricerca e scrivere libri come i docenti delle altre università». Ora Green è un membro del consiglio di amministrazione del Dean college e si arrabbia quando incontra genitori «che hanno vergogna di dire che i loro figli hanno frequentato una scuola come la mia». Altri ceo di illustri gruppi hanno conseguito la laurea in istituti «normali», come Lee Scott di Wal-Mart alla Pittsburgh university nel Kansas e Paul Otellini di Intel alla University of San Francisco. E la University of Wisconsin ha sfornato più leader aziendali di Harvard.



Corriere della Sera - Economia e Carriere
Il business della laurea honoris causa

Papa Wojtyla, Umberto Eco, Mario Monti, Mario Draghi, Giampiero Pesenti, Vittorio Foa, Oscar Luigi Scalfaro, Gino Strada, Danilo Dolci, Luciano Ligabue, Don Ciotti, Enzo Siciliano, Rita Levi Montalcini, Edoardo Boncinelli, Helmut Kohl, Claudio Abbado, Andrea Camilleri , Carlo Maria Martini, Alberto Sordi, Valentino Rossi, Vasco Rossi. Si potrebbe continuare all’infinito. Quelli citati sono soltanto alcuni dei personaggi che hanno ricevuto la laurea honoris causa da università italiane e straniere. L’elenco è interminabile e accanto alle celebrità della politica, dell’economia, della musica, della letteratura e dello spettacolo ci sono uomini meno noti che hanno contribuito nella loro vita alla medicina, alla fisica, alla matematica, al diritto, all’ architettura, all’ingegneria. Da Rory Byrne per l’ingegneria a Vinton Cerf e Robert Kahn per l’informatica, dal fisico tedesco Claus Ernst Rolfs al professore di economia Daniel Kahneman. Basti pensare che il motore di ricerca Google dedica ai laureati honoris causa ben 78 pagine fitte fitte. Ce n’è per tutti i gusti, tanto che risulta difficile trovare chi tra i personaggi famosi non l’abbia ricevuta.
Nonostante l’olimpo delle celebrità, degli uomini di scienza e di pensiero sia pieno zeppo di laureati honoris causa, resta il dubbio: che cos’è una laurea honoris causa? Con quale criterio viene conferita? Non sarà che in epoca di competizione feroce tra gli atenei viene usata per dare la caccia alle matricole con nomi altisonanti? Non è che viene usata per sponsorizzare questo o quell’imprenditore, questa o quella ricerca in cambio di finanziamenti? L’enciclopedia è chiara in proposito: una laurea honoris causa è un «titolo accademico straordinario, assegnato ad un individuo come riconoscimento alla propria esperienza e conclamata competenza in un determinato campo del sapere, pur senza aver dato gli esami richiesti per conseguirla». Gli esperti spiegano che è una laurea a tutti gli effetti. L’assegnazione di una laurea honoris causa permette infatti di fregiarsi del titolo di dottore e di insegnare in università la materia relativa (dopo il necessario iter accademico).
Malgrado il crisma delle definizioni enciclopediche e il rito pomposo dei conferimenti con tanto di laudatio del docente che presenta e di lectio doctoralis del laureato eccellente, nelle Università italiane non tutti la pensano allo stesso modo a proposito della credibilità di questo titolo.
Tanto per fare un esempio clamoroso, si scopre che l’ Università Bocconi in cent’anni di vita non ha mai conferito questo titolo. «E’ una scelta che risale alla fondazione. E poi oggi sono diventate uno strumento di comunicazione», dicono con una punta polemica all’ Ateneo privato milanese. Una stessa nota polemica la si trova nelle parole del portavoce dell’Università Statale che snocciola suoi laureati come Umberto Veronesi, il giurista Elias Diaz il fisico nucleare Bruno Coppi: «Lo spartiacque è con quegli atenei che usano le lauree honoris causa per finire sui giornali». Il riferimento forse è al conferimento della laurea honoris causa a Vasco Rossi, uno dei giganti della musica rock italiana, ma Giovanni Puglisi, il rettore dello Iulm, l’ Ateneo che ha premiato il popolarissimo Vasco non ci sta: «Sono allibito. Per quanto mi riguarda, sono orgoglioso di aver conferito quando ero a Palermo lauree honoris causa a personaggi come Sandro Pertini, Leopold Senghor, Ignazio Buttitta e altri personaggi di spicco della cultura. E’ vero, lo Iulm ha conferito lauree a Elvira Sellerio, Inge Feltrinelli, Marco Tronchetti Provera e, cosa di cui vado fiero, ad Alberto Sordi. Le posso dire che sarà conferita presto una laurea honoris causa a Giovanni Rana. Vasco Rossi? E dov’è lo scandalo? Mi pare che nel suo genere, la musica rock, sia considerato un grande artista».
Nessuna delle persone sentite, off record, nega che le lauree honoris causa vengano usate come immagine per attrarre studenti. «La caccia alle matricole è in pieno corso - spiegano in Cattolica - e le lauree honoris causa danno credibilità agli atenei». Qualcuno dei concorrenti arriccia il naso per il fatto che la Cattolica ha conferito le ultime tre lauree honoris causa a troppi imprenditori: Giovanni Arvedi, Gennaro Auricchio, Diana Bracco.
Virginia De Papi




 
Il Riformista
Università senza fondi
I soldi degli atenei per la sanità
il paradosso dei nostri policlinici
 
27 settembre 2006. E difficile intervenire sull’università dopo il bellissimo saggio in tre puntate di Alberto Abruzzese, pubblicato alla fine di agosto su queste colonne. La tesi di Abruzzese, efficacemente argomentata, è che i principi fondatori del sistema universitario, in Italia come nel resto del mondo, siano entrati in una crisi totale e irreversibile. Non servono a nulla quindi le richieste di maggiore attenzione (e più cospicui finanziamenti) che il mondo accademico rivolge continuamente alla politica, né i molti tentativi di adeguare la realtà italiana a modelli "internazionali" che soffrono della stessa irreversibile crisi. La risposta può solo venire da profondi ripensamenti che Abruzzese affiderebbe a una mitica Fondazione Due, che lavorerebbe (e forse, in segreto, sta già lavorando) per rifondare il sistema con idee talmente nuove che non siamo nemmeno in grado di anticiparle. La tesi è certamente avvincente, se non del tutto convincente. Ma a chi, come il sottoscritto, non partecipa al lavoro segreto della Fondazione Due, non resta che continuare, nel tentativo forse completamente inutile, di proporre e discutere piccoli passi per migliorare (ammesso che questo verbo abbia ancora senso) il sistema. A malincuore, dobbiamo quindi prescindere dalla tesi molto attraente di Abruzzese, per tornare a discutere sull’azione del governo e del ministro Mussi. In questo quadro terra-terra, mi sia consentita un’autocitazione. In un mio articolo apparso, su queste colonne, il 4 maggio scorso, alla vigilia della formazione del governo, si diceva testualmente: «Un dato macroscopico mancante [sul sistema universitario] è una stima precisa del contributo indiretto che il sistema universitario fornisce al sistema sanitario nazionale, attraverso l’opera del personale sanitario inquadrato nei ruoli universitari e l’utilizzazione di attrezzature acquisite con fondi per la didattica e la ricerca».
Non oso presumere che il ministro abbia letto il mio articolo. Ma certamente egli si è mosso nella direzione da me auspicata, incaricando il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, di svolgere «una analisi approfondita per valutare le quote di attività [delle facoltà di medicina e chirurgia] attribuibili a funzioni prettamente assistenziali e, per questo motivo, impropriamente sostenute con il finanziamento ordinario delle università».
Vale la pena di chiarire che il problema che il ministro ha affrontato non è irrilevante in termini finanziari, perché come afferma lo stesso ministro, il costo dei soli stipendi del personale universitario impegnato anche in attività assistenziali raggiunge un miliardo di euro. Non è nemmeno irrilevante dal punto di vista politico perché pone l’accento sull’acquisizione di dati che consentiranno una migliore utilizzazione di risorse attualmente impegnate da due ministeri per le stesse finalità, con il pericolo di inutili duplicazioni.
Dobbiamo a questo punto chiederci per quale ragione l’«analisi approfondita» che il ministro chiede oggi non sia mai stata fatta prima. Come mai i rettori che, negli ultimi anni, non hanno fatto altro che piangere miseria e invocare più cospicui finanziamenti non hanno mai fatto presente al mondo politico che una parte non indifferente del finanziamento delle università andava in effetti al sistema sanitario nazionale? Come mai chi è sempre pronto a invocare il confronto con l’America, non ha mai detto, ad esempio, che negli Stati Uniti le facoltà di medicina costituiscono, per le università che le ospitano, una fonte d’entrata ben superiore al costi, e che le entrate in eccedenza vanno spesso a finanziare le facoltà più povere delle stesse sedi universitarie? AL contrario, in Italia, le università che stanno boccheggiando per mancanza di fondi, sono quelle che gestiscono giganteschi policlinici.
La spiegazione di questa reticenza è semplice. Fino a ieri, i rettori temevano che anche una semplice analisi, come quella che il ministro ha richiesto, avrebbe finito per incidere su una male intesa «autonomia» delle facoltà di medicina. Se l’assistenza medica fornita dalle sedi universitarie deve essere conteggiata, se non pagata, da fonti diverse da quelle del finanziamento ordinario, è naturale che questo servizio sia pienamente inserito nella programmazione regionale e nazionale della sanità. Non si potrà più eludere l’esigenza di programmazione invocando l’autonomia della scienza e della cultura. Bisogna allora riconoscere che la prima mossa nella direzione giusta è stata fatta proprio dal presidente della Conferenza dei rettori Guido Trombetti, il quale, a differenza dei suoi predecessori, ha direttamente affrontato il problema, chiedendo esplicitamente che si calcolasse il contributo che le università danno al sistema sanitario, e accettando implicitamente che questo contributo sia soggetto a una programmazione nazionale e regionale.
Al di là delle chiacchiere sull’autonomia, o delle invocazioni dell’intervento salvifico del "dio mercato", al di là dei confusi progetti di una miracolosa «agenzia esterna di valutazione», ecco quindi, per merito del professor Trombetti e dell’onorevole Mussi, un passo concreto verso una razionalizzazione della spesa che può portare vantaggi alle università e al sistema sanitario e quindi a tutti i cittadini.
 

 


Il Sole 24 Ore
Come si umilia la ricerca italiana
 
24 settembre 2006. Si è visto alla presentazione romana di Una dote per il merito: il ministro Mussi è d’accordo con le analisi sui guai della ricerca italiana e con molti dei rimedi che il libro propone. Pensa, come Giovanni Tognonnella sua introduzione, che «quella del merito sia una cultura trasversale che non si alimenta soltanto di correttezza e di rigore... ma anche di cultura politica... Ha bisogno di un contesto istituzionale che garantisca e promuova il merito e di leadership credibili che guidino la società verso la creazione di quel contesto». «Le prospettive non potrebbero essere più nere», scrivono gli autori, perché oggi prevale il demerito. Invocano d’urgenza incoraggiamenti ai giovani, valutazioni severe e indipendenti, rispetto della qualità e delle regole, trasparenza delle procedure, fine dell’impunità per gli incompetenti; agenzie autonome per certificare i corsi e altre misure sensate. Bisogna ribellarsi all’uinvadenza del potere clientelare» (Giorgio Parisi), chiamare stranieri a dirigere enti importanti, se sono più capaci (Giovanni Bignami); far rientrare e valorizzare i cervelli (Alessandro Schiesaro, Jacopo Meldolesi); «liberare la professione accademica» dai meccanismi di promozione e dalle gabbie salariali della funzione pubblica (Giliberto Capanno). Solo così sarà possibile sottrarre la ricerca alle interferenze dei politici, eliminarne gli immeritevoli e i baroni che considerano la promozione di una mediocrità un diritto irrinunciabile, la misura del proprio potere.
Certo, ma dov’è la Giovanna d’Arco che rischierà il rogo pur di buttar fuori gli abusivi dagli atenei e dai centri di ricerca? Nei Paesi anglosassoni le "Community Foundations" distribuiscono borse con efficacia e saggezza, e Franco Mosconi e Francesco Clementi ne ritengono il modello esportabile in Italia. Certo, ma da cent’anni ha successo altrove e qui non è ancora attecchito? Giovanni Salvatori auspica il coinvolgimento delle Regioni nella politica e nella "governance" della ricerca. Certo, ma non sanno governare nemmeno i fondi europei per la formazione e approvano centinaia di corsi scriteriati. Per gli autori è indubbio che la ricerca di base generi sviluppo economico purché si educhi la forza lavoro e si trasferiscano le conoscenze alla sfera produttiva. È dubbio che la sfera sia adatta, finora l’industria ha puntato sull’innovazione solo se riceveva apposite sovvenzioni da Stato o Regioni, e troppe start-up nate con fondi pubblici sono svendute ad aziende straniere che le vendono con profitto a qualche multinazionale che le chiude. Com’è appena  accaduto alla Vicuron di Gerenzano.
La settimana prossima, al congresso della Federazione italiana per le scienze della vita, a Riva del Garda il suo presidente Jacopo Meldolesi proporrà di creare un singolo istituto per i vari rami della biologia, simile a quello per la fisica nucleare (Infn), per la fisica della materia (Infm) e per l’astrofisica (Inaf). Se il primo sé la cava, il secondo in vita per un pelo e il terzo dilaniato da risse interne non paiono buone fonti di ispirazione. Nel suo progetto, ragionevole e lungimirante, Meldolesi prevede consulenze a "biotech companies" e rapporti con l’industria, come in questo libro. Vicuron non docet. Prevede anche collaborazioni con l’Istituto italiano di tecnologia di Genova. Tuttavia i criteri di merito praticati da quest’ultimo sono tuttora ignoti: solo il bilancio aoo6 rivelerà quanto spende in dirigenti, e quanto in giovani ricercatori: Oggi. gli scienziati lamentano che il loro ministro abbia fatto poco per garantire la cultura del merito dandole un "contesto istituzionale" e "leadership credibili". D’altronde, con la coalizione di governo che si ritrova..: Mettiamo che alla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche chiami il fisico Luciano Maiani. Siccome l’ex direttore generale del Cern di Ginevra è "vicino" ai Democratici di sinistra, la Margherita esige un proprio "Acino" a capo dell’Agenzia spaziale italiana. Non l’astrofisico Giovanni Bignami, per esempio, che dirige il Centre national des études spatiales di Tolosa, presiede il comitato scientifico dell’Agenzia spaziale europea e intrattiene ottimi rapporti con quella americana, ma ha la "vicinanza" sbagliata. Troppa familiarità con il presidente Jacques Chirac, si presume, che gli ha appena conferito la Legion d’onore.
Sylvie Coyaud



Il Sole 24 Ore
Record negli atenei: duemila i master

20 settembre 2006. Un master per tutti. Con 2054 corsi le università italiane mandano definitivamente in soffitta l’alone elitario che circondava il titolo. Secondo i dati forniti dagli atenei al Sole-24 Ore del lunedì, i corsi proposti per il 2oo6/07 sono suddivisi tra i 1095 1 livello e i 959 di 2. Il 24,3% in più dei 1.653 attivati lo scorso anno accademico. Amplissima la scelta: 556 quelli di area sanitaria, seguiti dai corsi di area economica (290) e di ingegneria e architettura (247). Il Dossier allegato ne delinea l’identikit completo uno per uno con durata, costi, scadenze ed eventuali borse di studio.
Il master sta dunque diventando "normale" nel percorso universitario dei giovani tanto che, nel 2005, l’hanno prescelto in 26.207. Senza contare tutti quelli che optano per la frequenza a un corso di enti privati oppure all’estero. La spinta a questa forma di completamento degli studi è spiegata dai dati raccolti dal consorzio AlmaLaurea: oltre il 6o% dei laureati che si iscrivono vuole arricchire la propria formazione, mentre più del 2o% si propone di acquisire ulteriori competenze nell’ambito professionale. Nella maggioranza dei casi optano per percorsi coerenti con il titolo già acquisito e (per oltre la metà) lavorano già. Difficile valutare appieno i costi benefici della partecipazione a un master. È certo che l’impegno varia da qualche migliaio di curo ai 30-32mila necessari per un Mba, a fronte di un incremento di stipendio rispetto a chi non ha acquisito questo titolo - riscontrabile solo dopo un master di 2°livello. Gli interessati, però, sono mediamente soddisfatti e assegnano un punteggio di 6,7 (su dieci) al corso prescelto ai fini dell’utilità sul lavoro.
 

 
Il Sole 24 Ore
Ricerca, la via virtuosa del modello francese

Parigi, 19 settembre 2006. Il manager di un grande gruppo industriale - privato - alla testa di un’agenzia pubblica per promuovere l’innovazione delle imprese. A prima vista sembra un ibrido, frutto di un compromesso trai vecchi vizi dirigisti e le forze di mercato. In realtà sembra funzionare, tanto che la Francia ’e convinta di aver creato un "modello d’esportazione". Jean-Louis Beffa, l’uomo scelto dal presidente Jacques Chirac alla fine del 2004 per guidare l’Agenzia dell’innovazione industriale (Aii), non è per niente disturbato dalla presenza pubblica. Anzi. «Quando si parla di ricerca, il ruolo dello Stato può essere utile, se non indispensabile», dice Beffa in questa intervista al Sole-z4 Ore. Sessantacinque anni, ingegnere minerario di formazione, il manager, presidente e amministratore delegato di Saint-Gobain, fa alcuni esempi in cui la partnership pubblico-privato nell’innovazione ha prodotto risultati positivi: «Un modello è quello americano. Gli Usa, attraverso svariate agenzie, finanziano massicciamente la ricerca e lo sviluppo delle imprese. Spesso ciò avviene in campo militare, ma le ricadute civili di questa azione sono senza dubbio importanti».
La Francia, però, per strutturare la sua agenzia ha guardato di più al Giappone. Che, come dice Beffa, «finanzia poco, almeno direttamente, la ricerca delle imprese, ma svolge un’attività determinante di coordinamento e prospezione, orientando in questo modo gli sforzi innovativi delle aziende». Ci tiene a sottolineare l’approccio bottom-up, dal basso verso l’alto, dell’Aii. Non è il partner pubblico a farsi avanti, «ma sono le imprese, o ancora più spesso i consorzi dì imprese, a presentare i loro progetti attraverso i cosiddetti Programmi mobilizzatori di innovazione industriale». All’Agenzia spetta il compito di definire gli orientamenti e di selezionare i progetti.
L’Aii finanzia fino al 50% delle spese di ricerca e sviluppo dei consorzi sotto forma di sussidi o anticipi rimborsabili: I requisiti generali perché si possa accedere allo schema di finanziamento sono: un mercato di riferimento europeo o mondiale e l’obiettivo di aggiudicarsene una quota significativa; una forte componente d’innovazione tecnologica che implichi spese in R&S da uno a decine di milioni di curo; il ruolo propulsivo di un’industria capofila, responsabile di un programma e del coordinamento di un sistema che coinvolga istituti pubblici di ricerca, aziende partner e clienti; infine, un orizzonte di sviluppo di medio-lungo termine, da cinque fino a 5 anni. In un passato recente, sostiene il presidente dell’Agenzia, i grandi programmi d’investimento hanno reso la Francia forte in alcuni settori come aeronautica, aerospaziale, nucleare civile. «Ma il tempo del trittico ricerca pubblica-impresa pubblica commesse pubbliche è finito a causa dell’apertura dei mercati internazionali e delle regole dell’integrazione europea».
Ecco quindi che l’Aii si propone di finanziare progetti innovativi nelle tlc, nelle biotecnologie, nei trasporti e nell’industria delle costruzioni: «Sono convinto che il modello, con gli opportuni adattamenti al taglio delle imprese, possa funzionare anche in Italia ed essere esteso ad altri Paesi europei. Lo stesso presidente Chirac - conclude Beffa - è convinto che la nuova politica industriale abbia bisogno di una quadro europeo di riferimento intergovernativo. Ma finora Bruxelles si è mossa lentamente e la Francia ha deciso di partire comunque con l’Agenzia. Con la Germania siamo a buon punto per sviluppare progetti congiunti, sono fiducioso che anche con l’Italia si potrà fare lo stesso».
Attilio Geroni


 
L’Opinione 
Università: problemi nuovi vecchie ideologie

Il Rettore DeCleva dell’Università Statale di Milano stava presentando i curricula della Facoltà di Lettere e Filosofia, quando è apparso un gruppetto di studenti. Sono saliti sul palco, hanno esibito uno striscione tra le risate e gli incitamenti del pubblico di loro coetanei. Si tratta degli Unisurfers, il collettivo legato al centro sociale Il Cantiere di via Monte Rosa. I costi alti della vita per uno studente, i limiti imposti dalla Siae per i diritti d’autore sui libri, che limitano la possibilità di fare fotocopie solo fino al 15% di un’opera, la difficoltà che gli studenti hanno nel conciliare una vita universitaria con una vita lavorativa che permetta di mantenersi. Sono questi i temi, sono questi i problemi. Vengono proposte soluzioni: distribuzione di testi fotocopiati, possibilità di veder riconosciuta la tessera universitaria come abbonamento per i mezzi pubblici, premi in buoni pasto per gli studenti meritevoli. Tutto in nome del diritto allo studio. Se è vero che Milano è una città che davvero sembra sempre più ostile agli studenti, che ne dovrebbero essere linfa vitale, è anche vero che sembrano confondere diritti e doveri degli studenti stessi.
Nel frattempo camminando nei chiostri della Statale bisogna destreggiarsi tra tutti gli altri difensori di ideologie. Che appaiono ben più pericolose e, forse, limitate, rispetto a quelle degli Unisurfers, che quanto meno sono figli del loro tempo. Non è raro imbattersi in giovani personaggi eleganti, con una cravatta che fa capolino dal maglioncino. Cercano di vendere un giornale: “Lotta Comunista”. Mi parlano di imperialismo e di una rivoluzione che secondo loro non sarebbe lontana. Dicono che bisogna prepararsi, anche se magari la storia non ci permetterà di vedere questa rivoluzione, dobbiamo costruire un partito internazionale. Ho paura, mi sembra di sentire parlare un personaggio di un film degli anni ’70. Credo che col trozkista che ho visto poco fa davanti alla segreteria potrebbero andare avanti a parlare per ore se riuscissero ad ascoltarsi invece di perdere la concentrazione cercando citazioni di Lenin e soci, le loro verità rivelate. Ho paura di questa persona che vive aspettando la rivoluzione. Preferisco girarmi verso la studentessa che mi porge un altro foglio, fotocopiato, con il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. Sulla testata di ogni pagina c’è una frase: conoscere per giudicare. E non ci sono slogan. Nella lotta nell’università oggi vincono i ciellini e gli unisurfers, gli altri continuano ad annaspare nelle loro ideologie. Anzi, nelle ideologie di altri.
Virginia Fiume
 




La Repubblica
I ragazzi senza università
A Milano i ragazzi hanno un rapporto faticoso e scoraggiante. Perché Milano perde il confronto con quasi tutte le capitali europee. Perché l’università dimentica gli studenti e retrocede in Europa
 
27 settembre 2006. C’è una università che rimane sempre aperta, giorno e notte. Gli studenti possono frequentarla quando vogliono: hanno una tessera elettronica, ogni studente ha un numero di codice. Se uno di loro vuole andarci a studiare dalle 2 alla 4 del mattino può farlo, nessuno glielo impedirà. Questa università non è a Milano: è a Stoccolma. C’è un’altra università, la cui biblioteca rimane aperta fino alle 23. Fino a quell’ora tutte le postazioni Internet sono accessibili agli studenti. Questa università non è a Milano:
si trova a Luminy, alla periferia di Marsiglia. A Stoccolma alla biblioteca comunale uno studente può chiedere, in prestito gratuito, fino a sei libri che potrà tenere per tre mesi. Il sistema di prelievo e restituzione è del tutto automatizzato. Libri, giornali, fumetti, dvd e periodici sono alla portata di tutti. Non c’è alcuno sportello, alcuna trafila burocratica, non c’è personale: il sistema si basa su una rigorosa autogestione da parte degli utenti. La regola è che degli studenti ci si può fidare. A Milano non funziona cosi. Prendiamo la biblioteca del Politecnico. Dopo le 19 chiude. Il sabato e la domenica è inaccessibile. Si possono prendere in prestito solo due volumi per volta, dopo una trafila burocratica abbastanza complessa, per tenerli un mese soltanto. Questa biblioteca è rimasta chiusa, come annunciava un allegro cartello esposto all’entrata, fino al 4 settembre: se si considera che gli esami riprendevano il 10 settembre si può valutare il grado di efficienza e utilità della struttura rispetto alle esigenze degli studenti. Nella stessa biblioteca c’è un testo in cinque copie, ritenuta importante per gli studi dei futuri architetti. Tutte e cinque queste copie di punto in bianco sono sparite: sono state mandate a rilegare tutte insieme, nello stesso momento.A Stoccolma in tutta l’università gli studenti possono navigare in Internet, gratis, attraverso un collegamento wireless. In tutti i corridoi e in tutte le aule ci sono prese elettriche per i portatili. Gli universitari hanno salette per lo studio, una mensa funzionante in Università e una cucina con fornelletti, forni e forni a microonde per prepararsi il pranzo. A Milano, al Politecnico, fino all’anno scorso c’era una cinquantina di postazioni fisse con Internet, con accesso limitato al sito dell’ateneo. La mensa è a venti minuti dalla sede centrale, non ci sono forni a microonde, fuori un panino costa minimo 3 euro e 50. In compenso, nei bagni manca sempre la carta igienica.
A Milano lo studente ha un rapporto faticoso con la città, che lo munge come una vacca da latte,come hanno ben documentato ieri i ragazzi del collettivo Unisurfers (200 euro al mese per un posto letto, 226 per  mangiare, 18 euro per i trasporti e via dicendo, per un totale di oltre 700 euro al mese). Non è meno liscio il rapporto con professori e segreterie: i primi molto spesso non si fanno trovare o danno "buca" ai rari appuntamenti che fissano. Le seconde, raramente accompagnano gli studenti nel loro rapporto con l’ateneo.
E il più delle volte questi si devono arrangiare con il passaparola. Fuori dell’università, una realtà ostile: cinema e teatri cari, divertimenti ancor più cari e nessun peso sociale. A Marsiglia succede il contrario: quando la municipalità ha deciso di studiare la nuova illuminazione per la Ville radieuse di Le Corbusier, ha bandito un concorso al quale hanno partecipatogli studenti di Architettura, compresi gli stranieri.
Marsiglia, Stoccolma, Milano: realtà agli antipodi. Non è difficile comprendere perché su 180mila universitari qui da noi gli stranieri siano solo quattromila. E perché la denuncia degli Unisurfers contro il caro-studio abbia lasciato attoniti i pochi docenti presenti.

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