UniCa UniCa News Press review Lunedì 16 gennaio 2006

Lunedì 16 gennaio 2006

ufficio stampa e redazione web: rassegna quotidiani locali
16 January 2006

Rassegna a cura dell’Ufficio stampa e web


1 – L’Unione Sarda
Pagina 17 – Cultura
Libri. Un volume del linguista Eduardo Blasco Ferrer edito da Della Torre
Manuale di tecnica per apprendere il sardo
Occorre un metodo glottodidattico per insegnare e imparare la limba

 Più di cinquant’anni fa il tedesco Max Leopold Wagner inseguiva il sogno di avvicinare la lingua sarda a tutti. Adesso un altro "straniero" (è catalano ma ormai cittadino dell’Isola) sta portando a compimento quel pium desiderium. Eduardo Blasco Ferrer, l’unico ordinario di Linguistica sarda e direttore del Master universitario Approcci interdisciplinari nella didattica del sardo della Facoltà di Scienze della Formazione, offre ai sardi, in particolare ai cultori e agli insegnanti, una novità singolare nell’ambito dell’annosa questione sulla lingua: un libro dedicato a illustrare strategie e tecniche glottodidattiche. Nato da un’esperienza ormai ventennale sulla ricerca su tutti i campi della linguistica sarda (il lavoro giovanile e best-seller La lingua sarda contemporanea del 1986, ma anche la disamina che catapultò il linguista catalano nel seno della comunità internazionale, Storia linguistica della Sardegna, uscito nel 1984 per i tipi della Niemeyer di Tubinga, che reca una dedica molto generosa: A su pòpulu sardu), il nuovo volume inaugura una collana della casa editrice Della Torre di Salvatore Fozzi. Obiettivo: offrire strumenti rigorosi di riflessione e di applicazione pratica nell’insegnamento e nelle tecniche di autoapprendimento del sardo e delle discipline collegate alla lingua (storia, antropologia, psicologia, toponomastica, istituzioni medievali, letteratura per l’infanzia, poesia). Il titolo del primo volume, Metodi e tecniche di apprendimento e di insegnamento del sardo, racchiude i concetti elaborati all’interno d’un testo ricco e ameno, per taglio discorsivo e ricchezza d’illustrazioni e disegni (curati da Bruno Pittau). Già nella prefazione, firmata da Salvatore Fozzi e Blasco Ferrer, vengono richiamate le esigenze inderogabili d’un lavoro che va compiuto in tempi stretti, per evitare il depauperamento e il declino della lingua etnica, non soltanto presso i giovani. È necessario - dicono gli autori - uscire da una situazione d’impasse, contrassegnata da una parte da anodine discussioni su metalinguaggi e azioni di politica linguistica disordinate e poco efficaci, e dall’altra da una valanga di pubblicazioni sottoscritte da persone con scarsa competenza sia pedagogica che didattica. Da anni, ricordano Fozzi e Blasco Ferrer, insegnanti e cultori del sardo chiedono interventi seri in materia, si chiedono quanto sardo nelle classi elementari, medie e superiori si può insegnare, come insegnarlo, quale metodo di valutazione e di approfondimento adoperare. Tutte risposte rimaste vuote, o peggio sanate in fretta da libri (grammatiche e dizionari in particolare) predisposti da pseudolinguisti, che privi appunto di metodi psicolinguistici e glottodidattici propongono ai lettori (bambini e adulti) modelli di apprendimento e d’insegnamento che scarsamente o per nulla valorizzano le capacità di comprensione, produzione o memorizzazione degli eventuali fruitori. Sono questi meccanismi appunto, sostiene Blasco Ferrer con argomenti e esempi pratici, che occorreva tenere presenti. Come può aiutare un bambino delle elementari o delle medie, ad esempio, un dizionario che confonde ingenuamente varianti dialettali con voci del glossario (e registra separatamente e con definizioni diverse pètene e tèpene, pettine in logudorese, o fundudu e fungudu, profondo, in campidanese, fra mille esempi caotici), creando nella mente una farragine inimmaginabile? O quale metodo insegue un manualetto d’insegnamento per le scuole che mette insieme strutture semplicissime, somiglianti a quelle che si apprendono in una seconda lingua (ad esempio il saluto), con materiale lessicale riguardante aspetti settoriali, ossia specialistici (l’aratro o il carro o la panificazione)? Evidentemente due aspetti fondamentali sono stati totalmente ignorati finora nelle poche pubblicazioni riguardanti l’insegnamento del sardo, aspetti che vengono rigorosamente illustrati da Blasco Ferrer nel testo. In primo luogo, la lingua sarda non va appresa né insegnata senza un metodo preliminarmente accertato in base alle competenze del "discente" o dell’interessato. Vale a dire, si deve appurare se chi impara è di madrelingua sarda (un bambino che sia cresciuto in famiglia con il sardo come lingua costante parlata da un genitore), o altro. Se è di madrelingua, cosa non diffusa, ma neanche rara come tanti pretendono, l’insegnamento dovrà già essere collaudato in modo diverso, e si potrà ad esempio procedere con lezioni in sardo, magari nelle materie più idonee (storia, letteratura). Per pochi bambini il sardo risulterà essere una lingua straniera, come può esserlo il tedesco o l’inglese. Questi bambini, nella maggior parte figli di immigrati da altre regioni o da altri paesi, dovranno fruire d’un metodo equivalente a quello delle lingue straniere nel curriculum scolastico. Ma l’aspetto più interessante che emerge dalla lettura del volume di Blasco Ferrer è che la stragrande maggioranza dei bambini sardi appartiene a una terza categoria, disattesa da studiosi e da coloro che hanno preparato materiale didattico: non sono in grado di produrre messaggi in sardo, ma capiscono molto di quanto sentono. Naturalmente, sostiene il linguista catalano, ciò che è particolare nell’Isola è proprio il fatto che la comunità globale sarda mantiene vitale l’uso del sardo in diversi settori della vita privata e pubblica, dai rapporti con i nonni, ai giochi con gli amichetti della scuola, al vicinato. In modo divertente ma rigoroso Blasco Ferrer ci ragguaglia su possibili modi di testare la reale competenza di chi da solo intende apprendere o di chi deve insegnare la lingua a un gruppo di bambini. Il secondo elemento risiede nell’intimo legame fra l’accertamento della competenza linguistica e le tecniche didattiche da applicare. Prelevando molti suggerimenti alla psicolinguistica (il secondo volume della collana, già in cantiere, sarà per l’appunto intitolato Psicolinguistica del sardo), l’autore ci fa vedere come per comprendere o produrre parole, frasi o testi sia necessario procedere con un metodo di riflessione metalinguistica e di memorizzazione. E che tale metodo presuppone obbligatoriamente una articolazione del materiale da acquisire. Così, se dobbiamo imparare il lessico, sarà prima necessario articolarlo in campi nozionali (corpo umano, colori, animali ecc.), poi segmentare i campi in aree di frequenza (all’interno del corpo umano, ad esempio, conca, testa, è più facile e «cognitivamente» primario rispetto a suircu, ascella; fra i colori nieddu lo conoscono tutti, musteddinu o sorgolinu in pochi), infine stabilire correlazioni fra le parole selezionate e classificate in liste di graduale difficoltà con i contesti in cui compaiono, in modo tale da creare situazioni discorsive in cui il "discente" ritrova non singoli vocaboli ma intere frasi, della quotidianità o della comunicazione più seletta (segai sa conca: disturbare, rompere; essi conchixedda: essere incapace; nieddu che pighe: nero come la pece). Il lavoro di Blasco Ferrer è una miniera di suggerimenti, già collaudati in corsi di aggiornamenti o in tesi di laurea dirette dal docente, e soprattutto un monito per tutti coloro che d’ora in poi organizzeranno materiale didattico. Un volume ricchissimo di esempi, di cartine, di disegni, di didascalie e di rinvii allestiti per facilitare il controllo delle parole e i riscontri delle plurime sperimentazioni proposte. Quando due anni fa fu conferito a Blasco Ferrer dal Rotary internazionale di Cagliari il prestigioso Premio Lamarmora per tutti i lavori prodotti in favore della diffusione della cultura sarda, il professore di Barcelona ricordò nel suo discorso d’investitura che la salvaguardia del sardo non poteva più costituire una fatica singolare di Sìsifo o di Danàidi, ma doveva rappresentare un fatto sociale, un compito che inglobasse tutte le forze culturali della Sardegna. Questo libro è un meritorio tentativo di andare in questa "obbligata" direzione.
Sergio Naitza

 

 

 

 

 

 

2 – L’Unione Sarda
Pagina 52 – Medio Campidano
Nuovo progetto deciso dall’amministrazione comunale
Pabillonis, dopo il Parco geominerario l’adesione alle "città della terra cruda"

 Dopo l’adesione al Parco Geominerari e quella imminente alla Città della Ceramica, il Comune aderisce anche all’Associazione nazionale "Città della terra cruda". «È un’occasione per mettere in evidenza le peculiarità storiche e culturali del nostro paese in prospettiva di uno sviluppo economico e uscire fuori dall’anonimato», ha detto il sindaco Marco Dessì. In un paese dove il setanta per cento delle abitazioni è costruita in lardiri, con portali e cortili interni, «conservare e valorizzare questa specifica tipicità vuol dire salvare un patrimonio inestimabile», ha spiegato Maddalena Achenza responsabile della cattedra Unesco di Architettura di Terra nella Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cagliari. È stata proprio la docente a spiegare in Consiglio comunale le finalità e gli scopi dell’associazione e a elencare i vantaggi delle case costruite con la terra cruda. «Anche perchè l’adesione all’associazione favorisce le attività economiche idonee a realizzare i cicli completi di produzione e commercializzazione di su lardini, promuovendo la nascita di piccole società o cooperative di lavoro», ha aggiunto Achenza. Cultura e lavoro dunque. Ne sono convinti anche alcuni anziani artigiani che hanno partecipato al dibattito: " potremmo dare utili suggerimenti sulle tecniche lavorative", dichiarano Antonio Porcu e Delio Ariu che hanno presentato in Consiglio, "su sestu", l’antico arnese per fare "su lardiri". D’accordo anche la minoranza. «Purchè si diano al cittadino quei supporti e facilitazioni per costruire e recuperare le case in terra cruda», ha affermato a sua Luigi Sida. Interventi in proposito vengono garantiti dal sindaco: «L’amministrazione comunale si attiverà per promuovere modelli di pianificazione e riqualificazione del centro storico: Pabillonis, in questo settore può rappresentare la vetrina del Medio Campidano per i turisti che transitano tra il territorio dell’interno e le zone balneari della Costa Verde», ha concluso Marco Dessì
Dario Frau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 – La Nuova Sardigna
Pagina 17 - Cultura e Spettacoli
Bilancio di un quarto di secolo della società sassarese che ha sempre privilegiato storia, archeologia e ambiente
«Guide e carte i nostri punti di forza»
ntervista con Carlo Delfino che festeggia i venticinque anni d’attività
«Grande spazio ai volumi illustrati e ricchi di foto»

 «Carlo Delfino - In nome dei libri»: se mai decidesse di pubblicare un’autobiografia in qualcuna delle sue collane, sceglierebbe forse questo titolo l’editore sardo che in gennaio festeggia i 25 anni d’attività. Sì, perché ancora oggi Carlo Delfino, classe 1942, nato a Porto Torres e residente a Sassari fin da ragazzo, considera la sua vita legata in maniera indissolubile ai libri. E in quest’intervista spiega per quale ragione.
 - Sarà bene partire proprio dall’inizio: com’è cominciato il suo lavoro?
 «Fino al 1978 sono stato agente librario per conto della Francesco Vallardi. Mi occupavo di testi scientifici, come quelli di medicina, storici e giuridici. Fra l’altro quella casa editrice ha pubblicato il commentario al codice civile del giurista-scrittore nuorese Salvatore Satta».
 - Poi che è successo?
 « La Francesco Vallardi ha avuto difficoltà. Io gestivo a Sassari prima un punto vendita, poi due. Così ho deciso di darmi da fare in proprio, di trasformarmi in editore».
 - Allora quante persone lavoravano alla Delfino?
 «Tre, me compreso: i dipendenti della vecchia agenzia».
 - E oggi?
 «Fra dipendenti e collaboratori, siamo 14. La nostra sede operativa ora è in via Caniga, sempre a Sassari. E la stampa è affidata a diverse tipografie esterne».
 - Qual è stato il primo volume pubblicato?
 «La civiltà della Sardegna di Christian Zervos, con un’introduzione del docente universitario di preistoria e protostoria Alberto Moravetti, che in questi anni ha sempre coordinato e curato le nostre pubblicazioni di tema archeologico. Ricordo ancora quanto mi è costato acquisire i diritti dall’editore francese».
 - Il secondo volume?
 «Monumenti primitivi della Sardegna di Giovanni Pinza».
 - L’interesse per la storia più antica dell’isola è rimasto una costante?
 «Le collane sull’archeologia sono proprio uno dei dati che contraddistinguono la nostra produzione. Io stesso, se non fossi diventato un editore e avessi potuto completare gli studi, avrei fatto volontieri l’archeologo».
 - Per i venticinque anni è stato fatto un catalogo?
 «Sì. Segnala i circa 350 titoli pubblicati fino a oggi».
 - Argomenti?
 «Al di là della storia e dell’archeologia, ambiente, flora e fauna, turismo, luoghi dell’isola, cultura popolare, lingua, architettura, arte, scienza e tecnica. E anche un po’ di narrativa e poesia».
 - Settori trainanti?
 «Alcuni nostri punti di forza sono sempre stati le guide e le carte, archeologiche e no. A Paestum, nelle scorse settimane, abbiamo presentato quella archeo di tutta l’Italia. Poi ne abbiamo un’altra dell’antico Egitto. Da un po’ siamo usciti dalla Sardegna e ci occupiano anche di realtà diverse».
 - Le opere più vendute?
 «Con la pubblicazione di Francesco Cesare Casula sulla sintesi della storia dell’isola abbiamo raggiunto le 300mila copie (120mila distribuite nelle classi delle scuole regionali). Volumi come La civiltà dei sardi di Giovanni Lilliu e lo stesso classico di Zervos hanno superato le cinquemila».
 - Altri elementi che caratterizzano la Delfino ?
 «Il grande spazio alle immagini, ai disegni, ai grafici. Quasi tutti i nostri volumi sono illustrati o fotografici».
 - I nodi che a suo avviso stringono l’editoria sarda?
 «Le difficoltà nella distribuzione. L’insufficienza dei punti vendita e l’embargo verso i libri prodotti nell’isola che si fa in altri. L’impossibilità di pubblicizzare le nostre opere al meglio oltre Tirreno. Le debolezze croniche legate al’esigua popolazione dell’isola, appena un milione e mezzo di abitanti. E, più di recente, l’inadeguata politica di sostegno pubblico al settore».
 - Eppure, c’è chi mormora, e non solo negli ambienti dell’editoria, che proprio la Carlo Delfino sotto quest’ultimo profilo abbia sempre goduto di particolare attenzione.
 «E’ del tutto falso. Specialmente se si vuole sostenere che viene dato il via a certe pubblicazioni soltanto quando è già garantito un tot di acquisti da parte degli enti pubblici. Questo è un discorso che in tanti anni avrà riguardato meno del cinque per cento della nostra produzione».
 - Delusioni, sbagli?
 «Qualcuno, inevitabilmente. A volta nella scelta di opere che promettevano bene e invece non sono state apprezzate dal pubblico».
 - I programmi per il prossimo quarto di secolo?
 «Tanti. Il lavoro non mi spaventa, anche dalle 8 alle 22 di ogni giorno. Stare fermo, mi annoia. E adesso ho una speranza e un obiettivo in più: che d’ora innanzi il segnale dell’editoria made in Sardinia arrivi forte e chiaro in tutta l’Europa». (pgp)

 4 – La Nuova Sardegna
Pagina 17 - Cultura e Spettacoli
Dal trentennale Cuec ad «Angelica»
Tra realtà consolidate e nuovi ingressi il panorama sardo continua a offrire prodotti differenziati per generi e temi

 Tra veterani e ultimi arrivati, il mondo editoriale dell’isola offre un panorama variegato. Ed è spesso un’arma vincente. Perché impedisce sovrapposizioni, offrendo letture per tutti i gusti. In queste prime settimane del 2006, poi, si registra più di un compleanno. Uno riguarda il trentennale della Cuec a Cagliari. Un altro le ultime mosse sul mercato compiute dalla neonata Angelica, casa editrice di Sassari che ha dato il via alle pubblicazioni da pochi mesi e che proprio di recente ha sfornato altri volumi. Motivo in più per parlare di due storie dissimili che oggi s’incrociano sul piano temporale.
 I primi passi della Cooperativa universitaria, non ancora società editrice, cominciano nel 1974, quando un gruppo di ragazzi impegnati nel Movimento studentesco con l’obiettivo di creare un luogo di produzione culturale danno vita a una libreria con lo scopo di valorizzare scienze e narrativa della Sardegna. Fondamentale il contatto con l’ambiente universitario: i temi trattati sono proprio la ricerca nella scuola e nelle associazioni. L’attività editoriale vera comincia invece nel ’76. Col passare del tempo la Cuec comincia ad assumere una sua configurazione e a delineare una certa linea di sviluppo. Nascono così le collane: University Press, Prospettive, Storia locale, Isole, Scrittori Sardi, Estro Versi, Segni, Architettura, Filmpraxis, Ambiente paesaggio cultura, Storie di vita, Itaca, Simplegadi, Strumenti didattici, Fuori margine, Temi economici della Sardegna. Numerose le collaborazioni e le coedizioni con istituti di cultura e di ricerca. La Cuec pubblica anche una rivista, Nae, trimestrale di cultura diretto da Giuseppe Marci. Finora i libri pubblicati sono stati 350, insieme con decine di fascoli di periodici.
 Finora la nuova casa editrice Angelica ha invece puntato molto sui libri per bambini. Ha la sede tra Sassari e Tissi. Nei suoi piani anche saggi divulgativi e aspetti da riscoprire nella letterature italiana e straniera. Tutto nel segno degli autori, specialmente di quelli che operano nell’isola. Fra le ultime uscite, dopo la fortunata Petulia tempesta, l’altro libro per i più piccoli Aivlis torna a casa! di Silvia Helena de Toledo Franca. E, ancora, Chega de saudade, storia e storie della bossa nova scritte da Ruy Castro, un volume che in Sudamerica ha venduto decine di migliaia di copie, e il romanzo di Maruja Torres Un calore così vicino, opera di una inviata del quotidiano «El Paìs» che ha vinto parecchi premi giornalistici e letterari. (pgp)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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