UniCa UniCa News Press review Martedì 17 gennaio 2006

Martedì 17 gennaio 2006

ufficio stampa e redazione web: rassegna quotidiani locali
17 January 2006

Rassegna a cura dell’Ufficio stampa e web

1 – L’Unione Sarda
Pagina 20 – Cagliari
Domani mattina la cerimonia
Piazza per Gaetano Orrù sindaco e rettore nell’800

 Una piazza per il rettore dell’Università che è stato anche sindaco di Cagliari. Domani alle 11 l’attuale primo cittadino Emilio Floris e l’assessore Edoardo usai inaugurano la piazza ubicata all’incrocio di via XXIV Maggio con via San Domenico, intitolata a Gaetano Edoardo Orrù, sindaco di Cagliari a fine ’800, docente di diritto internazionale e rettore dell’Università. L’illustre personaggio conta a Cagliari numerosi discendenti tra i quali il prefetto Efisio Orrù e la signora Luisella De Muro Orrù. «Per noi», afferma quest’ultima, « è un grande onore vedere una strada dedicata al nostro illustre antenato che ha speso la sua vita per la sua città e per l’università. Per questo ringrazio il sindaco e la Giunta a nome mio e dei tanti pronipoti». la vitaGaetano Edoardo Orrù si laurea in giurisprudenza nell’università di Cagliari e inizia da giovane a insegnare nell’ateneo cittadino diritto internazionale e si fa notare per la sua preparazione e comunicativa. Diventa sindaco di Cagliari nel 1880 e lascia l’incarico nel 1882, nel 1989 è ancora primo cittadino del capoluogo e lascia l’anno dopo sostituito dalla prima giunta guidata da Ottone Baccaredda che inaugura la sua lunga carriera di amministratore. Orrù si dedica allora completamente all’insegnamento diventando un esperto riconosciuto, anche fuori dalla Sardegna, di diritto internazionale. Nel 1898 viene nominato rettore dell’università in un periodo in cui l’ateneo viene considerato di serie B. l’impegnoSi batte con energia per restituire all’istituzione la dignità che le compete intraprendendo non poche battaglie contro i denigratori e raggiungendo notevoli risultati sul piano dell’organizzazione e della preparazione degli studenti. Il suo impegno viene interrotto dalla sua morte che avviene a Cagliari il 22 dicembre 1900.
Sergio Atzeni

 

 

2 – L’Unione Sarda
Pagina 43 – Cultura
C’è una Sardegna verde che rischia di scomparire

DI STEFANO LENZA

 La Sardegna perde pezzi. Piccoli, piccolissimi frammenti verdi, tessere minime di quel mosaico naturale chiamato biodiversità. A lanciare l’allarme è l’Unione mondiale della conservazione: nell’Isola ci sono cinque delle cinquanta piante a rischio di estinzione nelle cinquemila isole del Mediterraneo. Averle individuate può, e deve, essere il primo passo per evitare che l’Aquilegia barbaricina e quella Nuragica scompaiano per sempre dal pianeta insieme alla Lamyropsis microcephala, alla Polygala sinisica e al Ribes sardoum. Se riusciranno a sopravvivere sarà grazie a decisioni prese molto lontano, dall’altra parte del mondo, in quella conferenza di Rio che, nel ’92, portò alla firma della Convenzione sulla biodiversità che stabili di salvaguardare le specie in estinzione. Trattato rapidamente recepito dall’Unione europea che lo stesso anno emanò una direttiva, e stanziò i finanziamenti, per il monitoraggio della flora a rischio e la stesura di una lista di priorità d’interventi per la salvaguardia delle specie e del loro habitat. In Sardegna ne sono state individuate ventuno e da queste l’Unione mondiale della conservazione ha selezionato le cinque inserite nella Top 50 delle isole mediterranee. «Con una scelta che non mi trova del tutto d’accordo», osserva il professor Gianluigi Bacchetta dell’istituto di Botanica dell’Università di Cagliari che ha curata la parte sarda delle Liste rosse e blu della flora italiana, lo studio di base da cui è scaturita la lista delle Top 50. «Oltre a quelle indicate dall’Unione mondiale della conservazione, ce ne sono altre ancora più a rischio come la Centranthus amazonum, una valerianacea di cui sopravvivono solo ventitré individui». Meno della metà dei cinquanta di Aquilegia barbaricina concentrati su una superficie che si contrae di anno in anno e ormai si è ridotta a una ristrettissima area sul Monte Spada. Se la passa ancora peggio l’Aquilegia nuragica: non più di dieci o quindici aggrappate a una cinquantina di metri quadri di roccia della gola di Su Gorropu tra Urzulei e Orgosolo. Non occupa molto più spazio la Lamyropsis microcephala, un cardo esclusivo del Gennargentu dove otto-dieci colonie sono ormai confinate in un fazzoletto di terra di cento metri quadrati. Vita meno grama per la Polygala sinisica rintracciabile esclusivamente nella penisola del Sinis, in pochi ettari lungo la costa di Campu Mannu. Sul versante opposto, nell’alta Gallura, a novecento metri d’altezza, resistono un centinaio di Ribes sardi. A parlare di specie in estinzione viene automaticamente da pensare al degrado ambientale, alla voracità con cui l’uomo avanza ovunque, violentando la natura. Ma non è sempre così. «Talvolta la causa è intrinseca», spiega il professor Bacchetta. «Si tratta di specie molto antiche giunte alla fine del loro ciclo perché non si sono adattate ai cambiamenti climatici e oggi non ce la fanno più». Questo è probabilmente il caso dell’Aquilegia nuragica che si sta estinguendo nonostante il suo habitat non sia stato intaccato. «Ma è altrettanto vero - precisa il botanico - che problemi antropici hanno un peso determinante come per la Lamyropsis microcephala presente con una sola popolazione sui monti di Desulo dov’è seriamente minacciata dalla realizzazione delle piste sciistiche. Lo stesso discorso vale per la Aquilegia barbaricina del Monte Spada: la presenza di una sorgente, con il conseguente traffico traffico di uomini e il sovraccarico di bestiame non le lasciano scampo e la sua sopravvivenza è ormai compromessa». Per evitare la scomparsa delle specie a rischio, il Centro conservazione biodiversità di Cagliari ha creato una banca del germoplasma, cioè semi talee e tutto ciò che può servire a ricostruire l’individuo con un campionamento della specie. Attualmente sono conservate circa novecento fonti di vita della flora sarda e dei principali sistemi del Mediterraneo. Il centro opera anche in campi sperimentali, nursery creata per l’acclimatazione e il mantenimento degli esemplari riprodotti al di fuori dai loro siti naturali. Una volta "svezzati" e cresciuti sino a diventare grandi e forti, vengono riportati nel loro mondo.

 Pollice verde. Un hobby ma anche una terapia dell’anima per tantissimi appassionati
Con la Società botanica alla scoperta del mondo vegetale

 

 

 

 

Un piccolo vaso sul balcone o qualcosa di più in terrazza o nel giardino: ognuno si arrangia come può ma sono tantissimi gli appassionati del verde. Vuoi perché far del bene fa bene anche quando si rivolge l’attenzione alle piante. Curarle, ma forse è meglio dire coccolarle, è una vera terapia contro lo stress. Potare, concimare, veder crescere i rami, spuntare le gemme sbocciare i fiori gratifica e rilassa. Imparare non è difficile e oggi il mercato del fai da te offre una vastissima gamma di possibilità e le tante riviste specializzate aiutano alla formazione di una cultura di base. Ma se la passione si incanala verso la curiosità scientifica bisogna fare una salto di qualità. Il che non significa necessariamente lanciarsi nello studio di testi specializzati. La sezione sarda della Società botanica italiana ha un’intensa attività sociale con proposte non riservate esclusivamente agli addetti ai lavori. In questi giorni ha varato il programma delle iniziative per il 2006 che inizieranno il 26 gennaio a Cagliari con una conferenza su "Boschi e boscaglie ripariali della Sardegna meridionale" (alle 18 al dipartimento di Scienze botaniche dell’Università). Appuntamento il 2 marzo, a Sassari, per una conferenza sulla "Biodiversità vegetale negli habitat umidi temporanei dell’Isola" (Dipartimento di botanica ed ecologia, ore 18). A seguire vari incontri, visite ed escursioni fino a dicembre. Tra le varie mete, la banca del germoplasma (Cagliari, 30 marzo) o il Montiferru (16-19 maggio). Maggiori informazioni sul sito della Società botanica italiana (www.societabotanicaitaliana.it) o del Centro conservazione biodiversità dell’Università di Cagliari (www.ccb-sardegna.it). Il mese scorso, a Sassari, la Sbi ha rinnovato il consiglio direttivo della sezione italiana che guiderà l’organizzazione sino al 2008. Alla presidenza è stato nominato il professor Gianluigi Bacchetta che sarà affiancato dal vicepresidente Emanuele Farris, il segretario è Gianluca Liriti e consiglieri Malvina Urbani e Simonetta Bagella. Obiettivo fondamentale della sezione saranno le azioni per la tutela, la conservazione e la valorizzazione della biodiversità vegetale in Sardegna da realizzare coinvolgendo le istituzioni che si occupano della tutela del territorio. S. L.

 

 

 

 

3 – L’Unione Sarda
Pagina 22 – Sport
Otto le discipline praticate negli impianti dell’ateneo
Cus, lo sport ancora fa rima con università

 Come l’araba fenice. Cus Cagliari 1947, dalle ceneri della guerra l’anima di un gruppo che ancora oggi concede grandi momenti di sport agli appassionati e agli sportivi cagliaritani. Una polisportiva con un’anima pubblica, sport e agonismo, vittorie e grandi atleti, come l’Amsicora, il Cagliari o la Ferrini , legato a doppia mandata, in questo caso, con l’ateneo cagliaritano. Cus e Università: un sodalizio che ha contribuito e contribuisce alla crescita sportiva di migliaia di studenti. Tutto è nato nel 1947, quando nel mese di giugno, pochi intimi si riunirono nella sede del Tribunale in via Università per dar vita al Centro Universitario sportivo. I primi dirigenti furono Piero Scarmigli e Attilio Mariani. Per far fronte alle spese il Cus già allora poteva attingere ai fondi che l’Università metteva a disposizione. Dal punto di vista agonistico, i primi passi furono mossi dall’atletica: nel mese di luglio allo stadio di Ponte Vittorio, si disputarono i primi campionati provinciali universitari. Cinquantanove anni di cultura sportiva premiati qualche anno fa con la stella d’oro del Coni. Una ricompensa per il Cus Cagliari, una delle più grandi società sportive cagliaritane, per tutto il lavoro svolto nel sociale e nello sport dal dopoguerra a oggi. Una pista a sei corsie (che presto verrà rifatta), due campi da calcio, pedane per i salti e i lanci, gradinate, campi per il calcio a cinque e il tennis, una tecnostruttura per il basket e la pallavolo, una palestra coperta, e addirittura una sede nautica a Giorgino. La cittadella sportiva con annessi club house, uffici e sala stampa è uno dei vanti della società nata nel 1947. Otto le discipline praticate, alcune delle quali ai massimi livelli: atletica leggera (serie A oro femminile), guidata dai dirigenti Adriano Rossi, che è anche il presidente della società, e Pompilio Bargone, calcio, che lotta per salire in Promozione, guidato da Angelo Zucca e Carlo Tronci dopo la scomparsa dell’amatissimo Gianni Dolia, Canoa (i responsabili sono Bruno Anedda, Giorgio Ibba e Matteo Contu), Hockey su prato (serie A2 maschile, dirigenti Giuliano Loddo e Alessandro Loddo), Basket (serie A2 femminile) seguita da Massimo Protani, scherma (Alberto Macis), tennis (serie B maschile, con Alberto Russo al timone) e tennistavolo (serie B femminile e C maschile, diretto e allenato da Giampiero Cortis). In più di mezzo secolo di storia il Cus Cagliari ha permesso a migliaia di ragazzi di conoscere l’attività sportiva e molti di loro sono diventati dei campioni. «Con un obiettivo», sottolinea il dirigente Angelo Zucca, «dare sempre la possibilità agli studenti di fare sport creando aggregazione». (fe. fo.)

 

 

 

 

 

 

 
4 – La Nuova Sardegna
Pagina 4 – Sardegna
Un’arca di Noè verde custodirà i semi di due milioni di piante
Un bunker antiatomico nelle Spitsbergen a nord della Norvegia

 ANDREA MASSIDDA

 SASSARI. Ammesso che non si estinguano pure loro a causa del riscaldamento dei ghiacciai del Polo Nord, saranno gli orsi bianchi dell’isola di Spitsbergen a vigilare sulla nostra agricoltura. Entro il 2007, sotto quella gelida terra ancora definita «no man’s land», perché prima della sua scoperta, nel XVI secolo, non era mai stata abitata, il governo norvegese immagazzinerà due milioni di tipi semi.
 Il motivo? Preservare tutte le forme vegetali da poco probabili - ma ahinoi sempre possibili - catastrofi ambientali, attacchi terroristici o qualsiasi altro scenario apocalittico la mente umana possa immaginare. Quella che si sta allestendo è una sorta di Arcà di Noè che «servirà a riportare in vita l’agricoltura nel pianeta nel caso il Nostro dovesse collassarsi».
 In questo grande freezer (un forziere antiatomico con controllo computerizzato) troveranno spazio tutte le specie di semi e di piante per l’alimentazione umana e animale provenienti da ogni angolo del mondo. Sarà il regno delle biodiversità. Dalle piante quasi sconosciute sino a quelle fondamentali per la nostra nutrizione, come frumento, orzo, riso o mais, per esempio. Un posto in prima fila sarà riservato al fagiolo, che secondo Umberto Eco, grazie al suo alto valore nutritivo e all’elevato contenuto di proteine, va considerato «l’invenzione» più importante del secondo millennio («Senza i fagioli - scrisse qualche anno fa il semiologo - la popolazione europea non sarebbe raddoppiata in pochi secoli»).
 Ora ai promotori di questo che è stato battezzato con il poco rassicurante nome di «Deposito dell’Apocalisse» non resta che organizzare la raccolta. «Un’iniziativa così si avvale non solo del sostegno dei vari governi interessati al progetto, ma anche di grandi organizzazioni che vanno dall’Unesco all’Ipgri, l’Istituto internationale di ricerca genetica sulle piante», spiega Innocenza Chessa, direttrice, all’università di Sassari, del Centro per la conservazione e la valorizzazione delle biodiversità vegetali -. Anche se siamo solo all’inizio, una raccolta del genere la facciamo anche a Sassari con i colleghi botanici. Ci occupiamo delle piante sarde, sia di quelle coltivate sia di quelle non coltivate».
 Ma quanto è importante salvaguardare le biodiversità vegetali? «Intanto, come ricorda sempre la Fao , si tratta di un problema di sicurezza dell’alimentazione - continua la professoressa Chessa -. Si pensi che attualmente il 95% del fabbisogno umano di carboidrati è soddisfatto soltanto da quattro specie, mentre la natura ci offre una varietà immensa di vegetali che potrebbe essere utilizzata a scopi nutrizionali e che va quindi preservata».
 Per un Paese occidentale come l’Italia, relativamente ricco, è invece importante proteggere le produzioni da eventuali agenti patogeni. «Un esempio che facciamo sempre è quello della patata irlandese - continua l’esperta - colpita da una malattia che portò prima alla distruzione di tutti i campi di patate e poi a una tristemente celebre carestia». Qualcosa del genere accadde anche alla nostra vite, vittima della «peronospora», un fungo microscopico che colpisce foglie, germogli e grappoli. «Una malattia - aggiunge Chessa - che ci ha costretto a riconvertire la viticoltura con l’innesto sulle viti americane, perché quelle europee erano troppo sensibili a questo agente patogeno».
 Il timore, quindi, non sarebbe solo quello delle catastrofi naturali. «Molto spesso - spiega ancora la professoressa Chessa - l’agricoltura intensiva, di per sé non negativa, tende a uniformare i prodotti a discapito della diversificazione. Conservare i semi, dunque, è sempre necessario».
 La direttrice del Centro per la conservazione e la valorizzazione delle biodiversità vegetali, infine, allarga il discorso anche alla tradizione. «Non bisogna mai dimenticare che dietro questi semi e queste piante ci siamo noi, la gente - spiega -. E ci sono i nostri agricoltori che lavorano le terre, sperimentano, selezionano il prodotto migliore, si scambiano i semi e saperi. Un patrimonio che va preservato, perché è così che si sono formate le specie coltivabili».

 Salviamo il cardo e i fiori del Sinis
A rischio cinque specie endemiche della flora della Sardegna
A lanciare l’Sos è l’Unione mondiale per la conservazione con uno studio sul Mediterraneo

CHIARAMARIA PINNA

 SASSARI. Si chiamano Aquilegia barbaricina, Aquilegia nuragica, Lamyropsis microcephala, Polygala sinisica, Ribes sardum. Hanno fiorellini piccoli, bianchi, violetti, o frutti mignon rossi. Solo una è spinosa, eppure anche lei, la Lamyropsis , un cardo dall’aspetto minaccioso, rischia di estinguersi. Sono le 5 piante endemiche della Sardegna che insieme ad altre 45 formano la classifica «Top 50 a rischio delle isole mediterranee», censite dalla Iunc, l’Unione mondiale per la conservazione. Una nuova hit parade negativa per la Sardegna , la Sicilia , Maiorca, Ibiza, Creta e Malta paradisi per i turisti che rischiano di pedere una delle caratteristiche della loro ricchezza: quella vegetale. Delle top sarde, alcune sono poco conosciute, altre sono rispuntate o sono state ritrovate appena qualche decennio fa dopo che se ne erano perse le tracce. Ma ora rischiano di sparire per sempre. Gli esemplari censiti sono talmente pochi che potrebbero bastare appena per un bouquet.
 Come in ogni situazione d’allarme la prima domanda è: di chi è la colpa? Come spesso accade la risposta è una: dell’uomo. Perchè se a strappare e ingoiare le cento piante di ribes sono le capre, che comunque risparmiano gli arbusti, a passare con le ruspe, a spianare, a ripulire bene bene i terreni sono le squadre di operai della forestale che nella strettissima penisola del Sinis hanno impiantato una pineta facendo scempio della Poligala, e quanti hanno costruito seconde case e aperto accessi al mare. «Di lei sono rimaste tracce solo nei costoni, su scogliere inacessibili» - spiega il professor Ignazio Camarda del dipartimento di botanica dell’università di Sassari che ha coordinato lo studio svolto in Sardegna - e se prima gli esemplari erano pochi, e radicavano solo su una manciata di ettari ora sono rarissimi».
 Rari sì, ma mai quanto l’Aquilegia nuragica, endemica come la sfortunata Polygala. Di Aquilegia, oggi, sul Gennargentu, se ne contano a malapena 15 esemplari, arroccati. Se manterranno il numero è esclusivamente perchè sono su una delle creste più alte di Su Gorroppu. «Le basta un goccio d’acqua per vivere - spiega il professo Camarda - e lo ricevono dallo stillicidio della roccia». Il suo habitat è piccolo quanto un monolocale: appena 50 metri quadrati. Quando i semi volano cadono a valle «ma qui i turisti, gli appassionati del treaking, e i collezionisti hanno pestato o portato via anche l’ultima fogliolina», spiega il docente. E stravolto il terreno.
 La cugina Aquilegia Barbaricina ha un futuro altrettanto grigio: appena 50 piantine di questa parente dei ranuncoli sul Monte Spada dove i sardi hanno scoperto il turismo e dove le agenzie trascinano chi vorrebbe vedere solo la Costa Smeralda. L’essere particolarmente bella rende ancora più precaria la sua esistenza: un fiore piccolo, bianco, con 5 petali «che va preservato non solo da chi frequenta le piste ma anche dai collezionisti», sottolinea infatti Camarda. A snobbarla sono solo gli animali che la risparmano perchè il suo sapore non è altrettanto gradevole.
 Ma sul Gennargentu a trovare gustosa la Lamyropsis , che vive in otto, dieci grandi cespugli, sono i cinghiali. Gli sciatori, ancora una volta, la calpestano.
 «Come si vede, a rischio sono soprattutto aree di interesse turistico - sottolinea Camarda - e se la gente dovrà imparare a fare attenzione, le istituzioni devono mettere in atto i piani di gestione per la tutela del territorio». Un discorso che viene da lontano quello del docente che a costo di impopolarità, come presidente del parco della Maddalena ebbe il coraggio di imporre il biglietto d’accesso e preservare dagli assalti la Spiaggia rosa. «Monitorare, conservare, preservare» sono i punti su cui a suo avviso bisogna battere perchè « la Sardegna crei e sfrutti il sistema turismo nel modo giusto».
 La stessa ricetta vale per le altre isole del Mare Nostrum dove molte delle 25.000 piante autoctone del Mediterraneo, che fanno della regione una dei 34 «hot spots», i punti caldi della biodiversità mondiale, stanno scomparendo.
 Lo studio della Iucn mira a invertire il declino di questi tesori naturali, fornendo ai governi uno strumento fondamentale di conoscenza per definire politiche appropriate di conservazione: in particolare a Paesi come l’Italia, la Grecia e la Spagna. «Il bacino Mediterraneo comprende circa 5.000 isole, con presenze floristiche di eccezionale valore. Circa 25.000 specie di piante da fiore e felci sono native dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, e il 60% di esse sono endemiche, cioè non si trovano altrove - si legge nel documento della Iucn. - Negli ultimi decenni, però, le infrastrutture e il turismo di massa hanno dato un duro colpo agli habitat naturali. In più crescita delle popolazione, cambiamenti climatici e invasione di piante aliene hanno eliminato molte specie endemiche, e molte sono ad un passo dall’estinzione».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 – La Nuova Sardegna
Pagina 13 – Cagliari
UNIVERSITÀ DEL SULCIS
Un corso di laurea in Biotecnologie farmaceutiche

 IGLESIAS. Nuove ed importanti prospettive per la ricerca si intravvedono per l’università del Sulcis Iglesiente di Monteponi. In questi giorni la facoltà di farmacia dell’università di Cagliari ha incontrato i rappresentanti sindacali, delle categorie datoriali e delle parti sociali per un parere sull’istituzione del corso di laurea in Biotecnologie farmaceutiche. L’interesse dell’ateneo cagliaritano a realizzare nel Sulcis Iglesiente un nuovo corso di studi è confermato dalla partecipazione all’incontro, che si è tenuto nella sede dell’Api Sarda a Elmas, dei professori Gaetano Di Chiara, preside della falcoltà di Farmacia, Giuseppe Loy, Maria Teresa Sanna Raffaello Pompei, Marinella Melis e Riccardi Sanna, manager didattico della facoltà. Indubbiamente le parti sociali hanno espresso la propria disponibilità ad favorire l’iniziativa che potrebbe essere di supporto alle esigenze del sistema produttivo dell’area di Cagliari. «Non possiamo che condividere questa proposta - ha detto Vincenzo Panio, segretario generale dell’Api sarda. - Il corso di studi in biotecnologie industriali non è presente a Cagliari ma dovrà differenziarsi da quello di Oristano dove non vengono svolte le lezioni di biotecnologie farmaceutiche, come farmacologia, tecnica farmaceutica e chimica farmaceutica». Le parti hanno dichiarato la massima disponibilità a collaborare per adeguare il profilo professionale del laureato in biotecnologie farmaceutiche alle esigenze del mercato. C’è già l’impegno reciproco di sottoscrivere un protocollo d’intesa per lo sviluppo di progetti comuni. All’importante incontro era anche presente, per l’Api sarda, Gilberto Marras, responsabile centro studi e ricerche, Silvana Manuritta, responsabile dell’ufficio economico.(e.a.)

 

 

 

 

 

 

 

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