Press review

Rassegna quotidiani locali a cura dell’Ufficio stampa e redazione web
27 July 2020

L'Unione Sarda




 

1 - L’UNIONE SARDA di lunedì 27 luglio 2020 / SARDEGNA ESTATE - Pagina 21

GERINI: «IN SARDEGNA HO RITROVATO TANTI AMICI»
Al Filming Italy Sardegna Festival la giuria presieduta dall’attrice romana ha premiato “Straniere cose”, opera di Andrea Petrillo

di Luca Mirarchi
Claudia Gerini è fra le ospiti del cinema italiano più attese, nel vasto programma del Filming Italy Sardegna Festival che volge al termine, e che ha visto sfilare, nella cornice esclusiva del Forte Village a Santa Margherita di Pula, anche nomi internazionali del calibro di Matt Dillon e Isabelle Huppert. L'attrice romana, 48 anni portati con disinvoltura, frequenta il mondo dello spettacolo sin da quando girava spot televisivi negli anni Ottanta. Esordisce al cinema nel 1987 con Roba da ricchi di Sergio Corbucci, passa da Non è la Rai di Gianni Boncompagni, diventa icona della romanità con Carlo Verdone (Viaggi di nozze e Sono pazzo di Iris Blond), reciterà in seguito anche con Giuseppe Tornatore, Silvio Soldini e Gabriele Muccino. Al Festival diretto da Tiziana Rocca è la presidentessa della giuria del Premio dedicato ai cortometraggi cinematografici, che ha visto trionfare, nella serata finale, Straniere cose di Andrea Petrillo, attore e film-maker cagliaritano. Il suo lavoro sarà trasmesso su Rai Cinema Channel e sulla piattaforma MyMovies. Un progetto che si lega alla nascente Academy Cinema ideata da Massimo Arcangeli, ordinario di linguistica italiana all'Università di Cagliari.

È stato difficile scegliere il vincitore?

«Erano molto interessanti anche Di là dalla paura, il coraggio, di Elena Carusi e Lacrime per la terra di Dum Tak Power. Con gli altri giurati abbiamo discusso a lungo prima di arrivare al verdetto definitivo. È comunque un grande piacere ritornare in Sardegna e poter ritrovare tanti amici e colleghi dopo la grande paura legata al Covid-19».

Come ha trascorso il periodo di quarantena?

«È stata una parentesi molto dolorosa per l'Italia. Personalmente l'ho vissuta abbastanza bene: con me c'erano le mie figlie, ci siamo dedicate alle letture, agli hobby».

Cosa ha imparato da questa esperienza?

«Ho imparato ad apprezzare le piccole cose della vita. Prima dell'epidemia ero molto stressata per l'accavallarsi di alcuni progetti, poi tutto è rimasto sospeso per cinque mesi. Ho capito davvero che siamo tutti uguali, tutti vulnerabili. Non ci sono migliori o peggiori, ricchi o poveri di fronte alla malattia».

Eppure nel cinema, come in altri settori, le donne non hanno ancora raggiunto l'uguaglianza.

«Continuiamo a guadagnare di meno, nonostante la nostra crescente incidenza sul mercato. La strada da fare è ancora lunga. Ho due figlie femmine e cerco di dar loro gli strumenti per far capire quanto valgono e che non devono mai indietreggiare rispetto alle loro idee. Cerco di crescerle come donne libere».

Tra i suoi prossimi film c'è Diabolik con i Manetti Bros.

«Dopo Ammore e malavita non vedevo l'ora di tornare a girare con loro, hanno un rapporto quasi fanciullesco con questo mestiere, conservano la capacità dei bambini di meravigliarsi. Diabolik è un fumetto che amo molto, avrò una parte breve ma significativa».

A settembre tornerà su Rai 3 per la nuova serie di Illuminate.

«Nella mia puntata mi addentrerò nel mondo di Alda Merini, una poetessa che ha mantenuto la gioia di vivere nonostante le vessazioni psicologiche del manicomio».







 

2 - L’UNIONE SARDA di lunedì 27 luglio 2020 / Inserto CULTURA - Pagina IV

MA SIRI NON SA DIRE LA PAROLA GIOIA IN SARDO

di Franciscu Sedda

Qualche giorno fa, nel tentativo di impegnare l'estenuante tempo della clausura da Covid, mia figlia si è messa a discutere con Siri. Oltre a domande indiscrete tipo «Siri, sei sposata?» molto gettonate erano quelle della serie «Siri, come si dice questa parola in tale lingua?». Tutto è andato bene fino al quesito fatidico: «Siri, come si dice “gioia” in sardo?». Al che l'onnisciente Siri ha gettato la spugna e con garbo ha risposto «Mi dispiace, non sono ancora in grado di tradurre verso la lingua che mi hai chiesto».

COME UN BEBÈ

Questo piccolo evento mi ha fatto ripensare a un passaggio del libro di Ed Finn “Che cosa vogliono gli algoritmi” (Einaudi 2018). Lo studioso mostra come gli algoritmi siano pronti a imparare specifiche inflessioni dialettali di una specifica lingua. Accade quando molti parlanti che interagiscono con Siri storpiano tutti una pronuncia allo stesso modo. Persino un errore ripetuto da molti, nel cloud diventa una “traccia statistica” e genera una “curva di apprendimento”. Siri è come un bebè che impara dalla dispersa famiglia degli utenti mentre a sua volta, facendo sintesi di migliaia d'interazioni anonime, coordina e influenza i suoi parenti umani.

SOLO CIÒ CHE ESISTE

Se seguiamo Finn dobbiamo però notare che si può storpiare solo ciò che già esiste. Non a caso prima ancora del problema delle “inflessioni” c'è quello della “trascrizione”: per l'algoritmo esiste ciò che gli è stato dato in pasto in forma standardizzata. Esempio: nella misura in cui Siri conosce l'italiano standard può riconoscere le storpiature che i sardi in modo ricorrente apportano alla parlata dell'italiano; non conoscendo alcun sardo standard Siri invece non può nemmeno addestrarsi alle inflessioni dialettali sarde. SENZA STANDARD PERSA ANCHE TUTTA LA VARIETÀ.

Una cosa simile accade negli algoritmi a codice aperto che si nutrono di testi dispersi per costruire processi traduttivi efficaci. Anche questi infatti devono passare attraverso una procedura di standardizzazione per poter creare uno spazio di dialogo condiviso. Per figurarci la cosa immaginiamo una comunità di sardoscriventi su Twitter. Tutti vogliono riferirsi alla Sardegna per farla diventare trending topic o semplicemente per farne oggetto di un dibattito collettivo ma ciascuno, fedele alla propria variante, al proprio gusto o a una semplice abitudine, etichetterà i suoi tweet scrivendo in forma differente #Sardigna #Sardinnia #Sardinnya #Sardinna ecc. Nonostante le buone intenzioni degli utenti per l'algoritmo questi stanno scrivendo di cose diverse e non sviluppano un'unica tendenza. Tantomeno sono parte di una discussione condivisa, dato che i vari tweet non avendo un hashtag standard non rimandano l'uno all'altro. Insomma, senza standardizzazione viene meno anche la possibilità di definire un terreno, algoritmico e sociale, in cui tradursi e muoversi insieme.

LO SPAZIO NON È UGUALE

Il possesso individuale dei mezzi di produzione espressiva consentito dai social ci illude. Ci fa pensare che finalmente ogni lingua abbia uno spazio in cui poter vivere e prosperare. Certo, per il sardo va meglio che al tempo delle punizioni scolastiche, dello stigma sociale, di un sistema radio-tv monolingue. Le espressioni social nella nostra lingua rischiano tuttavia di risultare informali, frammentate e depotenziate quanto le comunicazioni in sardo in famiglia nella seconda metà del '900. In un mondo dominato dagli algoritmi non c'è dunque speranza per chi non “fa numero”? No, c'è persino per un numero piccolo, purché sia coordinato e compatto. È così che la tecnologia inizia a moltiplicare le nostre voci e risponde alle nostre domande.

Questionnaire and social

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