Sul Messaggero di sabato 19 maggio, inchiesta di Annamaria Sersale sui laureati "precoci" nelle Università. La patria dei dottori "Speedy Gonzales" &è; l’Ateneo di Chieti: nei corsi triennali 7 studenti su 10 si laureano in netto anticipo.
19 May 2007

R A S S E G N A   W E B
 
IL MESSAGGERO

DOTTORI CON TRE ESAMI NEGLI ATENEI DALLA LAUREA FACILE

dal nostro inviato
Anna Maria Sersale

CHIETI - Pochi esami, qualche quiz, una tesina e si diventa dottori. Scorciatoia? Sconto? Strada in discesa? Chi ha fatto per anni un certo lavoro e ha maturato esperienza professionale ottiene formidabili sconti per intascare la laurea. Non ce ne eravamo accorti ma l’Italia sta diventando il Paese delle lauree facili. Con accordi vantaggiosi per tutti. Gli atenei aumentano gli iscritti e attingono più soldi dal fondo di finanziamento ordinario, mentre gli ordini professionali e le associazioni di categoria assicurano ai loro aderenti il biglietto da visita con scritto dott. La parola magica è riconversione creditizia. C’è chi parte dal terzo anno. Chieti è in testa.
Un avviso indica il giorno e la data della tesi in Scienze infermieristiche.

Si trova vicino al grande dinosauro esposto alla Gabriele d’Annunzio. L’appuntamento è nell’aula magna di Lettere, al primo piano. Una cinquantina di infermieri professionisti sono alla tappa finale. Vengono da mezza Italia, Lombardia, Sicilia, Campania, Lazio. Hanno scelto Chieti. Uno schermo, diapositive e docenti schierati al tavolo. Il candidato al microfono illustra la tesi. Gli infermieri sono preparati. «Ho fatto solo tre esami, Bioetica, Informatica e Inglese racconta una candidata venuta da Brescia Oggi mi laureo. Ho scelto questa, una delle università convenzionate, perché hanno messo i corsi on-line, comodi, per chi lavora».
Palazzina grigia e profilati blu. Il campus chietino è grande, cresciuto vorticosamente negli ultimi anni. Gianantonio D’Orazio è chiuso nella sua stanza-bunker del terzo piano. Associato in Scienze dell’Alimentazione, è anche vicepresidente del corso di laurea in dietistica, il corso in cima alla classifica: 95,6% di laureati “precoci” (219 su 229). D’Orazio racconta: «Un mese di lezione e prendono la laurea. Ma non facciamo oltraggio a chi frequenta i tre anni, tutto nasce dai decreti del 2000, opera del primo governo di centro-sinistra, poi la Moratti ha fatto il resto. Pur di dare ascolto ai sindacati, alle associazioni, agli ordini professionali, abbiamo creato questo meccanismo. Abbiamo pianificato l’equipollenza. Sì, laureiamo pure le econome dietiste, diamo le lauree ai 45-50enni, siamo diventati un dottorificio, inflazionando il titolo e rischiando di diventare una sorta di Cepu».

Franco Cuccurullo, il rettore, tre mandati, ora ha iniziato il quarto, nel suo studio mette subito in chiaro: «Attenzione, da noi la maggior parte di queste lauree riguarda il campo sanitario. Si tratta di lauree che vengono date sulla base dell’equipollenza, riconoscendo precedenti titoli triennali». Cuccurullo tira fuori le carte. Chi ha fatto le Scuole dirette a fini speciali, chi ha un diploma universitario o ha frequentato le Scuole regionali, chi, insomma, ha titoli abilitanti alle professioni sanitarie ha diritto al riconoscimento dei crediti: 170 dei 180 necessari per la laurea triennale. Vale per dietisti, fisioterapisti, ostetrici, tecnici della prevenzione, tecnici di laboratorio medico, ortottisti, logopedisti, infermieri, audiometristi, e altre categorie sanitarie. «L’equipollenza l’ha stabilita la legge sostiene ancora Cuccurullo per la laurea devono aggiungere soltanto dieci crediti. Le alte percentuali di laureati precoci a Chieti? Noi lo dichiariamo altri atenei no». Il fenomeno, dunque, è diffuso. Delle 77 università sparse in Italia almeno quaranta largheggiano nella concessione. Pochi hanno messo dei paletti per evitare che la riconversione si trasformi in un “regalo”. Ora Chieti ha tirato fuori un Codice etico. Ma perché è in testa alla classifica? «Sì, è vero, siamo sollecitati dagli ordini professionali, però ci siamo organizzati e lavoriamo bene», lo sostiene Carmine Di Ilio, il preside di Medicina.
Intanto gli atenei hanno fatto convenzioni con tutti: poliziotti, finanzieri, militari, agrotecnici, ragionieri, consulenti del lavoro, giornalisti, assistenti sociali, ministeriali. Ai professionisti della sanità viene di fatto «abbonato» il triennio, agli altri viene come minimo riconosciuta una annualità, ma anche due. Percorsi abbreviati, in certi casi veri regali. Sia chiaro, è tutto perfettamente legale. Gli atenei applicano una legge del ’99 (Zecchino-Berlinguer), ampliata nel 2001 (Moratti), che ora ha l’effetto di uno tsunami. La corsa sfrenata al riconoscimento dei crediti non ha limiti. Gli atenei “certificano” titoli di studio conseguiti in altre sedi. Alcuni sono più generosi, altri meno. Per primi si sono dati da fare gli atenei privati. Pare che qualche fresca apparizione sia dovuta a questo allettante boccone. Ma la gigantesca torta delle lauree con le riconversioni ha grande appeal anche per le università statali.

Tra le pressioni delle lobby associative e lo stringente bisogno di fare cassa i titoli accademici sono diventati una merce. «Un’altra degenerazione del sistema», sostiene Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia umana a Siena, altra università che si è mostrata generosa con i crediti. Gli atenei sono spinti a offrire le «condizioni migliori», le rette più allettanti e i percorsi più agevoli, fino a riconoscere 120 dei 180 crediti necessari al titolo. Una concorrenza spietata cui nessuno si sottrae. Le statali con le percentuali più elevate di laureati “precoci” (la definizione è del ministero dell’Università, che ha appena fatto una rilevazione sul 2005) sono Chieti, Teramo, Siena, Valle d’Aosta e Molise. Nell’ordine, ecco i dati: a Chieti, su 3.653 laureati ben 2.354 sono ”precoci”, hanno cioè ottenuto il titolo a prescindere dalla durata legale del corso (tre anni). Corrisponde al 64,40% del totale dei laureati, in pratica sette su dieci. A Teramo un laureato su due ha lo stesso identikit, 49,70%. Così a Siena, 46,70%. Nell’Università della Valle d’Aosta si scende al 25,50%, in quella del Molise al 23,20%. Il record lo batte la privata Lum Jean Monnet di Casamassima, Bari: su 267 laureati 188 hanno bruciato i tempi, 70,40%.
E’ questa l’università che volevamo? Quella da cui dovrebbe dipendere lo sviluppo del Paese? Ma non si diceva che lo specifico degli atenei è l’alta formazione e la ricerca? «Il problema è culturale avverte Gaetano Bonetta, preside della facoltà di Scienze della Formazione Forse questi riconoscimenti non dovrebbero essere chiamati “laurea”. Intanto, il nostro Senato accademico ha subito accolto l’invito di Mussi a mettere un freno: non è possibile riconoscere più di 60 crediti».

Ma quali sono gli altri corsi di laurea che dispensano crediti? Scienze del Servizio sociale e Scienze manageriali, 82,9% e 60%. Offerte ghiotte per esperti dei servizi, finanzieri, poliziotti e ministeriali. C’è chi spera di fare il salto dal quadro B a quello A. Ma per le Scienze manageriali (sede a Pescara) qualche cosa non ha funzionato. E’ scattata un’inchiesta della magistratura in base alle denunce di un gruppo di agenti di polizia. Questi, dopo avere pagato per le lezioni, si sono trovati senza crediti, senza voti, senza alcun riconoscimento degli studi fatti. L’ateneo, convenzionato con il Siap, in questo caso era estraneo ai fatti. Sembra che ci fosse un sito web, creato da due napoletani, che avrebbe rastrellato centinaia di iscritti ai quali sarebbe stata prospettata la possibilità di avere una serie di “agevolazioni”. C’è anche chi parla di bus organizzati per portare carrettate di agenti agli esami. Nelle maglie larghe della legge si inseriscono abusi e distorsioni. Riuscirà Mussi, che tre giorni fa ha scritto agli atenei, a fermare fenomeni così inquietanti?

Fonte: http://www.ilmessaggero.it

 

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