I 460 scienziati che sono rientrati in Italia sei anni fa non riescono a trovare posto nelle Università.
08 February 2007

Il programma italiano per il "Rientro dei cervelli" dall’estero non ha avuto gli esiti sperati . I 460 scienziati che sono rientrati in Italia sei anni fa non riescono a trovare posto nelle Università. La notizia è apparsa sulla versione on-line della rivista Nature.
Promosso nel 2001 dal Ministero dell’Università e della Ricerca il programma aveva lo scopo di richiamare giovani che svolgevano la loro attività di ricerca all’estero; i ricercatori potevano contare su un contratto quinquennale che sarebbe stato un primo passo verso l’inserimento nelle strutture accademiche italiane.

L’anno scorso, allo scadere dei primi cinque anni del progetto, il Ministero dell’Università ha stanziato 3 milioni di euro in un anno per coprire il 95 per cento degli stipendi di quei ricercatori per cui i dipartimenti di riferimento si erano espressi con note positive in merito all’inserimento nell’organico.

Buona parte di questi finanziamenti sono rimasti inutilizzati perché il senato accademico di molte Università ha vissuto il programma di rientro dei cervelli come una forzatura istituzionale per "fare saltare la coda", così si legge sulla rivista Nature, a ricercatori che vengono da fuori a danno di coloro che, in Italia, da anni aspettano di avere un posto all'interno dell'Università. Nonostante, dunque, la volontà dei direttori dei dipartimenti in cui molti dei 460 giovani ricercatori prestano attività a confermare i cervelli nostrani rientrati cinque anni fa, la loro candidatura non è stata accettata.

Il Consiglio Nazionale delle Università, inoltre, ha espressamente dichiarato che i partecipanti al programma del "rientro dei cervelli" dovevano essere considerati, per legge, alla stessa stregua dei ricercatori stranieri che decidono di lavorare in Italia. Questo vuol dire che possono concorrere per una posizione che sia simile a quella che occupavano nel paese di provenienza. Per i giovani ricercatori, molti dei quali avevano all’estero delle borse di post-dottorato, questo vuol dire non poter concorrere neppure per posti da ricercatore in Italia. Un vizio formale, un cavillo, che rischia di rendere inattuabile lo scopo ultimo del programma: quello, cioè, di far rientrare in maniera stabile nel nostro paese i giovani che le nostre università hanno formato e che da troppi anni sono costretti ad emigrare.

Fonte: Abbott A. Italian jobs cause ruction. new@nature
emanuela grasso


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