Sul buon esempio americano, ai nostri esangui atenei gioverebbe uno stretto rapporto pubblico-privato. Che però resta utopistico, senza solide garanzie
13 February 2007

CLAUDIO GORLIER
Università private in Italia, sì o no? Mi sembra che ridurre il problema a questo schematico interrogativo rimandi all’ironica espressione inglese: «Frettolose generalizzazioni americane». In realtà, proprio gli Stati Uniti ci possono insegnare parecchio. Rammento che negli Stati Uniti università pubbliche e università private coesistono armonicamente. Alla Harvard corrisponde la University of Massachusetts; alla Columbia University la New York University; alla University of South Carolina la Duke University (ahimè, finanziata dai produttori di sigarette); alla Stanford University la University of California, con il memorabile campus di Berkeley e quello prestigioso di Los Angeles. Ma ciò che davvero conta, e resta ipotetico in Italia, è il rapporto stretto tra pubblico e privato.

Borse di studio assicurate ai meritevoli
Se è vero che l’iscrizione alle università private comporta una spesa non indifferente, le generose borse di studio concesse a studiosi meritevoli sono trasversali. In tempi remoti seguii da laureando alcuni seminari ad alto livello sulle tecniche della critica letteraria all’Indiana University grazie a una borsa di studio offerta dalla Lilly Foundation, finanziata da una delle maggiori industrie farmaceutiche americane: un singolare, doppio connubio. Un’istituzione ormai diffusa è quella delle «endowed chairs». Un privato investe un consistente capitale per l’istituzione di una cattedra universitaria che porterà il nome suo o di un autorevole componente della sua famiglia. Un esempio? La cattedra di letteratura comparata alla New York University intitolata a Erich Maria Remarque, il grande scrittore tedesco del classico A Ovest niente di nuovo. Esiste grazie al lascito della moglie, la famosa attrice Paulette Goddard, che l’aveva sposato in seconde nozze (il primo marito era stato Charlie Chaplin). Nessun giovane brillante ma privo di mezzi è costretto negli Stati Uniti a rinunciare agli studi universitari. Una borsa di studio, pubblica o privata, gli garantirà la laurea. Purtroppo, da noi la sacralità statalistica delle istituzioni universitarie rende utopistiche prospettive del genere.

Vietato chiudere i battenti
L’università privata ha tutti i diritti di esistere, a patto che offra solide garanzie. La prima è quella di non chiudere i battenti. Nei tardi Anni 60 avevo cattedra di anglistica e la direzione di un Istituto presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Bocconi, nota e apprezzata in tutto il mondo. D’improvviso, in pieno agosto, la Bocconi mi fece sapere per mezzo di un ritaglio di giornale che la Facoltà era stata «sospesa». Alle mie sollecitazioni il Rettore, di cui ometto il nome, essendo ormai defunto, si degnò con una lettera di spiegarmi che non ero stato consultato in quanto si immaginava che fossi contrario. La «sospensione» si trasformò, prevedibilmente, in soppressione. Numerosi giovani docenti, assunti con contratto a termine, rimasero disoccupati, e virtualmente tutti, grazie alla loro qualità, trovarono posto, nel corso degli anni e affrontando severi concorsi, nell’Università di Stato. Via libera, dunque, al privato nell’Università italiana, secondo modelli di sviluppo e scambio tra privato e pubblico. L’esangue università italiana ne ha bisogno. Ma, ripeto, con solide garanzie. L’università non è un affare, buono o cattivo.


Fonte: http://www.lastampa.it

 

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